18 novembre 2019

Sinodalità collegiale e autocrazia della lobby


Il voto programmato al Sinodo dell’Amazzonia

18 novembre 2019, Dedicazione delle Basiliche dei S. S. Pietro e Paolo


Sulla riunione amazzonica di questo mese d’ottobre 2019 molto è già stato scritto e denunciato con coraggio anche da eminenti uomini di Chiesa, ma poco si è parlato del problema di quanto il cosiddetto “metodo sinodale” può diventare strumento nella mani - più che dei Vescovi o del Papa che lo dirigerebbe - del potere mondano. Un po’ come quando, nel passato, i vari gallicanismi o anglicanismi erano della parvenze di sinodalità, saldamente nelle mani del potere regale che li pilotava.  

Il modo di voto, la presentazione delle proposte, la scelta dei relatori, sono fattori che condizionano. Molto. Per questo la Chiesa nella sua saggezza ha sempre stabilito un modo di funzionamento delle assemblee che sia regolato dal diritto, da un diritto sancito in precedenza e stabilmente acquisito come patrimonio dei Padri che vi partecipano, rispettando la consuetudine ed evitando che ci siano troppi “ritocchi procedurali” perché è così che si possono facilmente manipolare le assemblee. 

Il parlamentarismo nella Chiesa infatti rischia di far prevalere - più che la scelta monarchica del Sommo Pontefice, la volontà generale di Vescovi o la tanto decantata voce del popolo - l’imposizione di minoranze al servizio del potere mondano. E ciò con l’aggravante che, con il sistema dei tanti passaggi e delle rielaborazioni da parte delle Commissioni a discapito del dibattito aperto e pubblico,  i responsabili - interni ed esterni - rimangono nell’ombra.

Vale la pena soffermarsi sulle spiegazioni del funzionamento del Sinodo amazzonico date in apertura dei lavori da S. Em.za il Card. Baldisseri il 7 ottobre 2019, che riassumono per i Padri sinodali i metodi di discussione, di voto e di approvazione dei documenti, unitamente ad una severa richiesta di un “prudente” silenzio sulle discussioni dell’Aula e soprattutto sui nomi e sulle posizioni dei singoli[1].

Richiesta di “segretezza” sulla quale aveva insistito poco prima anche Papa Francesco, certo non si tratta di “un segreto che è più proprio delle logge che della comunità ecclesiale, però semplicemente di delicatezza e di prudenza nella comunicazione che faremo fuori…[2]. Sottolineando anche che il Sinodo “non è un luogo di dibattito[3] e che ogni quattro interventi ci saranno quattro minuti di silenzio. Se si considera, come vedremo, che gli interventi avranno la durata di quattro minuti, è logico presumere che ogni venti minuti circa ce ne saranno quattro di silenzio: “per garantire che la presenza dello Spirito Santo sia feconda, prima di tutto pregare […] riflettere, dialogare, ascoltare con umiltà […] per favorire quest’atteggiamento alla riflessione, alla preghiera, al discernimento, ascolto con umiltà e parlare con coraggio dopo quattro interventi avremo quattro minuti di silenzio[4]. Un Sinodo quindi più “contemplativo” - per così dire - che non “luogo di dibattito”.

29 settembre 2019

L’IBP è finito nelle mani della TFP?


Sul Capitolo 2019

29 settembre 2019, San Michele Arcangelo



Abyssus…

Il recente Capitolo del Buon Pastore ha lasciato interdetti molti osservatori. Soprattutto davanti ad un risultato che vede eletto Superiore Generale un sacerdote pressoché sconosciuto, proveniente dall’America Latina, che a suo tempo abbandonò la Fraternità San Pio X nella quale fu ordinato per poi andare nella diocesi di San Bernardo in Cile, nella quale ha celebrato per una quindicina d’anni la Messa riformata per poi giungere al Buon Pastore dopo il 2014. Il sacerdote si chiama Luis Gabriel Barrero ed era assai poco conosciuto dai sacerdoti, dai seminaristi e dai fedeli. 
Cosa è successo davvero al Capitolo e come spiegare quest’avvenimento? Questa è la domanda rivolta alla nostra Redazione da alcuni lettori, la risposta alla quale è un’analisi della crisi identitaria dell’Istituto, supportata anche dalle recenti conferme che ci sono giunte da confratelli dell’IBP, tra cui alcuni Padri Capitolari. 
Non torneremo molto su quanto già ampiamente scritto e argomentato, ma per comprendere cosa è avvenuto oggi è capitale rileggere i nostri articoli: che dalla richiesta di appiattirci sull’ermeneutica della continuità, accantonando concretamente la critica costruttiva e di rinunciare “ad ogni esclusivismo” (con la reazione non franca, non davvero filiale, ma servile che ne seguì) vanno fino al “golpe di Fontgombault” da cui è uscita la classe dirigente dell’epoca 2013-2019. Quanto avvenuto in parte era prevedibile, se non altro come conseguenza di un annullamento identitario e di coscienza per cui si mandava giù quanto è contrario alle proprie specificità.
In breve: al Capitolo del 2019 il candidato uscente abbé Philippe Laguérie non è stato rieletto; ci riferiscono che ha avuto solo due voti all’elezione del Superiore Generale, si è comunque presentato anche all’elezione di semplice Assistente, ma anche qui, ci viene riferito, ha avuto solo due preferenze. Il concorrente abbé Vella, già uno dei fedelissimi dell’abbé Laguérie, ma che stavolta si presentava come candidato indipendente, ha avuto anch’egli pochi voti all’elezione da Superiore Generale, pochissimi ne ha avuti l’abbé Raffray, anch’egli pilastro dell’amministrazione Laguérie, diventatone concorrente al Capitolo. Ma l’evento inatteso è stato che fin dalle prime battute è emerso che il candidato più votato era un certo Padre Barrero; alcuni dei votanti ci hanno riferito che nessuno sapeva bene quale fosse il suo passato ed il fatto che per anni avesse scelto il rito riformato, abbandonando il rito tradizionale, sembra non fosse noto ai più. Sic!  
Non c’è voluto molto ai Padri Capitolari per capire che tutti questi consensi non potevano essere che la conseguenza di un piano legato alla componente dell’IBP che dipende dall’associazione brasiliana “Monfort”, derivante da una scissione della TFP, della quale ha saputo mantenere metodi organizzativi e strategie di comando. Gli elettori francesi si sono trovati in minoranza, anche perché l’abbé Aulagnier - da sempre molto legato alla “Monfort” e ad alcuni finanziatori di area TFP che con un complesso sistema “ridistribuiscono” le donazioni atlantiche - sembra avesse già preso da tempo (ma con discrezione) il partito sudamericano, che è particolarmente di moda. 
Il resto è noto, Padre Barrero - con un piccolo aiuto dalla Polonia - è diventato il nuovo Superiore Generale; l’abbé Aulagnier ha mantenuto il posto di primo Assistente Generale; l’abbé Vella è potuto restare secondo Assistente Generale, magra consolazione per la sostanziale sconfitta. Scompare completamente di scena l’abbé Laguérie, nel comunicato ufficiale non lo si menziona nemmeno nei ringraziamenti di rito. Verrebbe da dire: «non ha accettato i veri amici, ed ecco qua». Meglio tacere su altri dettagli dello svolgimento e della “preparazione” del Capitolo perché non essenziali alla comprensione di quanto realmente accaduto. 
Parlano i fatti; non ci sembra ci sia molto da aggiungere, se non che la deriva da noi denunciata dal 2012 ha avuto addirittura un’accelerazione rispetto a quanto previsto e lo snaturamento identitario della società ha portato alla lunga anche ad una vera e propria “mutazione genetica”; oltre a notare che tutti i membri del nuovo Consiglio Generale non solo non sono fondatori, ma nessuno di loro era membro in quell’autunno del 2006 quando tra grandi sacrifici e poche persone nasceva l’IBP (l’abbé Vella arriva nel 2007, l’abbé Aulagnier nel 2011- giusto in tempo per votare al Capitolo 2012 -, il nuovo Superiore Generale solo nel 2014). Ci sembra di dover rinnovare un appello ai confratelli dell’IBP che ci hanno contattato, i quali riconoscono implicitamente che noi difendiamo ancora l’identità dell’IBP-2006 e la validità di quella linea, di quei presupposti, anche se ormai riuniti nella Comunità San Gregorio Magno: oggi, davanti a segni tanto evidenti non è forse giunto il momento di un ripensamento di certe opzioni e di certe strategie utilitaristiche che hanno dimostrato il loro fallimento fino a tal punto?

La Redazione di “Disputationes Theologicae

29 giugno 2019

Le passioni dell'irascibile

Le aveva anche Gesù?

(III)
 29 giugno 2019, Santi Pietro e Paolo




Qui la prima parte dell'articolo. Qui la seconda.


La collera

La collera è una passione che tocca l’anima quando essa si rende conto che un’ingiustizia le è stata inflitta; la tristezza che ne consegue spinge dunque al desiderio di vendetta, nella speranza di ristabilire la giustizia lesa [24]. La parola vendetta è da prendersi nel senso classico, che San Tommaso le attribuisce, ossia il ristabilimento di un certo equilibrio secondo l’ordine della giustizia. In questo senso la collera si indirizza «per se» verso un bene (la giustizia), ma «per accidens» essa si rivolge verso il male (l’autore dell’atto ingiusto) [25]. La collera è dunque in stretta relazione con la giustizia. E’ in effetti l’apprensione dell’ingiustizia nell’intelligenza, quel che causerà il movimento appetitivo e corporale. Il rapporto stretto di questa passione con la giustizia interverrà anche nella sua valutazione morale. Ciò che determinerà la bontà morale di un gesto di collera sarà in effetti il rapporto di giustizia tra la reazione dell’uomo in collera e la dimensione dell’offesa subita[26].

Nostro Signore, «il Giusto» secondo la Scrittura, non poteva dunque che provare collera davanti alle vere ingiustizie [27]. L’episodio evangelico che ha maggior risonanza, in ragione delle trasmutazioni corporali [28] che ha generato e all’esteriorizzazione conseguente e visibile, è senza dubbio la cacciata dei mercanti dal Tempio. «Il Giusto di Dio» rovescia le tavole, causa la distruzione dei beni venduti e scaccia i venditori. La visione del Tempio profanato, la noncuranza verso il luogo sacro dei venditori e dei «maiores» del Sinedrio (che avrebbero dovuto, al contrario, preservare la Dimora di Dio), generano in Cristo la tristezza davanti all’offesa fatta a Dio. Quest’offesa reclama una giusta vendetta, un ristabilimento della giusta venerazione per il Tempio. Tutto ciò non può restare solo un auspicio o una predicazione, ma deve esprimersi col castigo di chi ha offeso, in un gesto di zelo profondo per tutto ciò che è consacrato a Dio: «zelus domus tuae comedit me» (Ps 69, 10 ; Jn 2, 16-17). La reazione di Cristo non deve apparire sproporzionata, al contrario essa tiene conto del termine dell’offesa che è Dio e del soggetto che ha offeso, degli uomini, delle semplici creature. Essa prende dunque delle proporzioni maggiori, perché il disprezzo dell’inferiore (in questo caso una creatura) verso il superiore (in questo caso il Creatore) è più grave dell’offesa tra due persone dello stesso livello; essendo più grave richiede una reazione proporzionatamente maggiore [29]

Per una ragione analoga Gesù Cristo s’indegna con più veemenza verso gli amici che non verso gli altri. E’ naturale che ci aspettiamo di più da coloro che sono più vicini, perché il legame d’amicizia esige un rapporto maggiore di rispetto e d’amore [30]. Gesù avrà delle parole particolarmente dure per San Pietro che vuole allontanarlo dalla Passione: «lontano da me, Satana» (Mt 16, 23). Non solo San Pietro è qualcuno di vicino, ma è anche in maggior possessione della finalità dell’opera redentrice, in ragione della conoscenza che ne ha. La sua responsabilità è dunque più grande, e più grande sarà dunque anche la reazione di vendetta.

Gesù è particolarmente duro anche verso i suoi discepoli quando sono ingiusti con i bambini che lo attorniano: «vedendo ciò Gesù si mise in collera» (Mc 10, 14). Infatti la collera può essere mossa anche da un’ingiustizia fatta alle persone che si amano [31], ed inoltre è ingiusto prendersela con coloro che non possono difendersi, come dei bambini. Ecco la giusta reazione di Cristo che riequilibra l’abuso dei suoi discepoli. 

31 maggio 2019

Pubblici peccatori

Una verità oggi dimenticata
31 maggio 2019, Maria Regina


Mattia Preti, Gesù ammonisce l’adultera
Palermo - Palazzo Abatellis


Dilagano oggi i pubblici peccatori. Le convivenze more uxorio, persino di persone di area cattolica, stanno conoscendo un “boom” impressionante, passando nell’opinione pubblica come cosa normale. I cosiddetti divorziati risposati realizzano la pretesa contenuta nel mettere insieme quelle due parole, “divorziati” e “risposati”, come se nulla fosse.

Decisamente non ebbe doti di chiaroveggenza Giovanni XXIII laddove, nell’Allocuzione Gaudet Mater Ecclesia, affermò “non già che manchino dottrine fallaci, opinioni e concetti pericolosi […] ma […] ormai gli uomini da se stessi sembra siano propensi a condannarli”. 

Persino le unioni tra persone dello stesso sesso sono state legalizzate in Italia dal governo Renzi in una maniera che addirittura scimmiotteggia il matrimonio e - con empietà che ci chiediamo se casuale - sono state varate nel 2016 proprio il giorno dell’Assunta (e proprio una settimana dopo partiva lo sciame sismico che ripetutamente ha flagellato l’Italia).

Questi peccati quelli appunto dei pubblici peccatori, hanno una particolare gravità. E questo per due motivi. Una ragione è la loro natura pubblica, con lo scandalo (nel senso evangelico) che se ne dà; e con la relativizzazione dell’istituto fondamentale della famiglia che ne viene.

L’altra ragione è che in queste situazioni si permane nel peccato, che ne è come strutturato: nei peccati ordinari si cade e poi si è rialzati da quel Dio che rialza chi è caduto, mentre queste situazioni tendono a far restare a terra (persino illudendosi di stare in piedi). Per questi motivi la Chiesa ha sempre espresso con forza la gravità particolare di peccati del genere. E oggi che dilagano? Certo i mass-media nel dare l’idea che oggi la Chiesa ammetta tutto ciò, non di rado sono strumentali, maliziosi e superficiali. Tuttavia è vero anche che la luce si mette sul lucerniere, come insegna il Vangelo. E quando un bene attinente alla fede o alla morale è stato minacciato, semper et ubique la Chiesa ha reagito innanzitutto sottolineando quel bene, professandolo in maniera più esplicita. E’ quel che vediamo accadere oggi su questo tema? Ricordando che l’Opera di Misericordia è proprio ammonire i peccatori, pensiamo al seguente brano della parola di Dio “Figlio dell’uomo, io ti ho costituito sentinella […] ma della sua morte io chiederò conto a te”. E richiamando l’unica prospettiva cattolica in materia rinviamo al nostro articolo su quanto fece Santa Margherita da Cortona.

Associazione chierici “San Gregorio Magno

12 aprile 2019

Fatima

La (tardiva) non-risposta della Congregazione

12 aprile 2019, Venerdì di Passione


Il 26 settembre 2018 abbiamo inviato una lettera con tre «domande di chiarimenti specifici» alla Congregazione per la Dottrina della Fede. Trascorsi tre mesi senza riscontri, il 28 dicembre 2018 l’abbiamo pubblicata (vedere qui), accennando un commento e invitando i lettori ad inviarla anch’essi.
A marzo, dalla Congregazione arriva all’Arcivescovo di Camerino (perché all’Arcivescovo piuttosto che agli interpellanti?) la seguente lettera, a sua volta trasmessa:

21 marzo 2019

Le passioni dell’irascible

Le aveva anche Gesù?

(II)

21 marzo 2019, San Benedetto

Sebastiano Conca, Agonia nell'Orto degli Ulivi, Torino - Palazzo Reale


 

Qui la Prima Parte

Passioni dell’irascibile e realismo del Vangelo

Il testo ispirato rende testimonianza della veridicità dell’Incarnazione, tanto sotto l’aspetto più propriamente fisico della carne di Cristo, traforata dai chiodi sulla Croce, che nella descrizione delle passioni dell’anima di Cristo, menzionate nei loro effetti di ridondanza sul corpo. E’ a quest’ultimo proposito che i Vangeli svelano l’umanità di Gesù, nel suo aspetto più propriamente “morale”, e forniscono un modello di vita ordinata. In merito alle passioni dell’irascibile molti sarebbero i passaggi da citare, ci limiteremo in questo studio a qualche esempio significativo per ciascuna delle cinque passioni, cercando di seguire in parallelo l’analisi speculativa che San Tommaso ci dà nella Summa Theologiae.


Speranza e disperazione

La speranza, in confronto al desiderio, suo analogo nel concupiscibile, prevede un aspetto di sforzo aggiunto e una tensione dell’anima verso il bene difficile da ottenere10. Quando Cristo annuncia la sua Resurrezione, la glorificazione del suo corpo e la salvezza degli uomini (Mt 16, 21; 20,19 ; 22, 31) - non solo prima dei tormenti della Passione, ma anche dopo la sua Resurrezione - annuncia un’opera buona, ma difficile e addirittura unica. E’ richiesto un arduo lavoro per ottenere un tal bene. La grandezza del bene stimola allora una passione che lo dirigerà verso l’azione e gli permetterà di tendervi malgrado le difficoltà: è la speranza che ha provato Cristo stesso. Questa passione, secondo il testo sacro, doveva manifestarsi anche nel suo corpo e nella sua attitudine, al punto che talvolta diventa contagiosa per coloro che lo attorniano. E’ l’effetto che si constata nelle folle e tra i discepoli. Senza escludere l’opera soprannaturale e invisibile della grazia, c’è qui un modo umano nell’esteriorizzazione della speranza di Cristo. Così testimoniano i discepoli di Emmaus. Quest’ultimi confessano l’ardore che Gesù aveva loro trasmesso parlando della gloria futura e del cielo: «non ardeva forse il nostro cuore quando egli, lungo la via, ci spiegava e svelava il senso delle Scritture?» (Lc 24, 33). Questo passaggio mostra anche che la speranza di Cristo e di coloro che lo ascoltano è ordinata e razionale e non si tratta di una chimera poiché si dirige verso un vero bene. L’Evangelista fornisce anche il fondamento razionale di tale passione: in effetti, la certezza della possibilità di ottenere il bene di cui si parla riposa sulla fedeltà di Dio alle Sue promesse. L’annuncio dei profeti è veridico, perché Dio non inganna, e questo bene arduo della resurrezione, vero bene per l’uomo, può essere ottenuto (Lc 24, 25-27).

La grandezza del bene sperato tuttavia domanda spesso uno sforzo arduo “proporzionato”; quest’ultimo aspetto può ragionevolmente scoraggiare e generare una moto di ripulsa, perché comporta l’esigenza di rinunciare ad altri beni. Nel Giardino degli Ulivi, per esempio, l’umanità di Cristo non può che essere atterrita dal pensiero che si presenta agli occhi della sua intelligenza. L’apprensione intellettiva di tutti i tormenti che sopporterà, così come il male fisico che ne deriverà per il suo corpo, lasciano Gesù nell’angoscia più profonda: «cominciò a provare tristezza e angoscia » (Mt 26, 37). La sua anima è « triste fino alla morte» (Mt 26, 37). 

2 febbraio 2019

Le passioni dell'irascibile

Le aveva anche Gesù?

(I)
                                       2 febbraio 2019, Presentazione di Gesù al Tempio
                              
A. Zanchi, La cacciata dei mercanti dal tempio, Venezia - Scuola Grande di San Fantin


Introduzione

La questione dell’esistenza e della natura delle passioni in Gesù Cristo riveste un’importanza non solamente dogmatica – in rapporto alla realtà dell’Incarnazione – ma anche ascetica e morale. Se Gesù Cristo può essere vero modello di tutta la vita morale, è perché è Perfectus Homo, perché è uomo in tutto, fin nelle passioni. Non ha scelto di prendere una parte dell’umanità lasciandone un’altra o di prendere solamente la nobiltà dell’intelligenza, senza avere i limiti di un essere materiale. Ha voluto condividere tutto ciò che è proprio all’uomo, ivi compresa la materialità corporale e dunque la passibilità. Tuttavia, non bisogna dimenticare che qualsiasi considerazione dell’umanità corporale deve sempre considerare al tempo stesso che la Persona di Gesù Cristo è il Verbo, che è Dio. Gesù Cristo è vero uomo, ma anche vero Dio. In merito alle caratteristiche della Sua umanità, è dunque necessario ricordarsi che esse richiedono una trattazione con distinzioni specifiche, che tuttavia non mettono affatto in discussione l’ “integralità” della Sua Incarnazione.

C’è stata in ogni epoca, e ancor più nella nostra, una tendenza a tralasciare e talvolta a evacuare il necessario ruolo delle passioni nella vita morale di un uomo. Inoltre, certe passioni dell’irascibile, come la collera per esempio, sono talvolta viste come “sempre nocive”, quindi da reprimere sistematicamente. Una tendenza a vedere la vita cristiana in maniera edulcorata e quasi apatica, si coniuga ad una visione di Gesù Cristo che s’ispira più all’atarassia idealista degli Stoici che alla familiare umanità del Vangelo. In un quadro del genere si giunge talvolta ad attribuire a Gesù Cristo, e quindi a raccomandare al cristiano, una vita morale che si riduce a una battaglia senza distinzioni contro ogni sorta di passione.

La speculazione tomista al contrario analizza l’uomo con le sue passioni, partendo da tutti i dati della realtà naturale. L’innegabile presenza in ogni uomo del concupiscibile e dell’irascibile conduce Aristotele prima, S. Tommaso poi, a dare una descrizione e una divisione delle passioni umane partendo dall’esame del reale: ciascuna di esse deve avere un ruolo nella regolazione della vita morale, perché ciò che è naturale non può essere vano. Natura nihil facit inane, dice l’adagio classico. L’Uomo-Dio stesso, assumendo la natura umana, ha voluto servirsi di ciascuna passione, per mostrare in che modo, nel disegno della Creazione, esse sono tutte necessarie e utili, in maniera tale che un’ingiusta repressione può anche diventare immorale.

In questo prospetto è importante precisare la nozione di “passione” e più precisamente di “passione dell’irascibile”, per abbordare in seguito le diverse passioni secondo San Tommaso, avendo sempre lo sguardo fisso al Vangelo, nello scopo di vedere il possibile parallelo tra vita morale dell’uomo ed esempio concreto dato da Cristo.

28 dicembre 2018

Segreto di Fatima


Davanti a queste precise domande Roma non smentisce

28 dicembre 2018, Santi Innocenti martiri

 

Pubblichiamo il testo della lettera inviata il 26 settembre 2018 (ed inoltrato nuovamente l’8 dicembre scorso) con la quale abbiamo rivolto alcune domande di chiarimenti specifici alla Rev.ma Congregazione per la Dottrina della Fede senza ricevere alcuna…smentita. 

Invitiamo ciascun lettore ad inviare anch’egli, cooperando ad avere risposta esplicita, il presente testo al seguente indirizzo:


Rev.ma Congregazione per la Dottrina della Fede
Palazzo del Sant’Uffizio
00120 - Città del Vaticano



Chiediamo a codesta Rev.ma Suprema Congregazione:

  1. Se Suor Lucia Dos Santos, veggente di Fatima, abbia mai redatto uno scritto collegato al Terzo Segreto ed esplicativo della visione, uno scritto che ne abbia ad oggetto il significato ovvero l’interpretazione. 
  2. Se il testo del Terzo Segreto di Fatima è stato scritto soltanto una volta oppure, in qualche modo, più volte.
  3. Quali siano le «alcune aggiunte fatte nel 1951» - secondo l’asserto del Cardinale Angelo Amato, già Segretario di codesta Congregazione, a un Convegno e su l’Osservatore Romano del 7 maggio 2015 - da Suor Lucia alle «prime due parti» del Segreto.

In filiale fiducia che non si opponga il muro del silenzio a quesiti posti all’Autorità ecclesiastica, ringraziamo per la cortese attenzione assicurando fervide preghiere.


Don Stefano Carusi
    Abbé Louis-Numa Julien
    Abbé Jean-Pierre Gaillard
    kl. Lukasz Zaruski

24 ottobre 2018

Benedetto XVI nel 2017 ha impartito la Benedizione Apostolica?!?

Note sulla recente corrispondenza con il Card. Brandmüller

24 ottobre 2018, San Raffaele Arcangelo



Nel bel mezzo di una delle tempeste più violente che stanno travolgendo l’attuale situazione ecclesiale, in maniera chiaramente non fortuita, sono apparse sulla stampa due lettere che Benedetto XVI ha scritto al Card. Brandmüller nel novembre 2017 e la cui autenticità sembra essere fuori discussione. Alcuni dei nostri lettori ci hanno chiesto un commento che non si limitasse alla superficie - o al dibattito ideologico cui abbiamo assistito -, ma che analizzasse il messaggio che Papa Benedetto, come più volte lo ha chiamato anche Francesco, ha lanciato e rilanciato specialmente in merito alla nozione di “Papa emerito” (non ancora chiarita) ed alle circostanze delle rinuncia cui si fa allusione con un parallelo sconcertante (la prigionia nazista, eventualmente prevista da Pio XII). Della questione in generale ci occupammo nel giugno 2016 (Che tipo di “dimissioni” sono quelle di Benedetto XVI?), articolo cui rinviamo e che sembra trovare conferme in queste rivelazioni del 2017, in cui tornano i riferimenti a titoli che un rinunciatario al Papato non dovrebbe più avere e a un potere che non potrebbe più esercitare. 


Nella lettera del 9 novembre 2017, rispondendo ad una critica del Card. Brandmüller sul fatto che “la costruzione di Papa emerito [è] una figura che non esiste nella totalità della storia della Chiesa”, Papa Benedetto non nega trattarsi di una novità, ma quasi si interroga lui stesso e quasi chiede anche l’avviso dell’interlocutore, noto storico della Chiesa. Fa poi un parallelo - appunto assai inquietante - con Pio XII e la sua previsione della prigionia da parte dei nazisti. Papa Pacelli previde infatti un suo ritorno al cardinalato non appena fosse stato fatto prigioniero. A questo punto Papa Ratzinger scrive: “Se questo semplice ritorno al Cardinalato sarebbe stato possibile, non lo sappiamo”. In questo passaggio a nostro avviso non si sta parlando di una impossibilità metafisica - chiunque sappia un po’ di teologia o di storia della Chiesa sa che ciò è possibile -, ma sembra quasi che Papa Ratzinger stia dicendo che colui che rinuncia al Sommo Pontificato potrebbe non avere poi nessun potere sul ruolo e sull’eventuale giurisdizione che il rinunciatario può attribuire a se stesso. “Rinominare” al cardinalato potrebbe spettare in effetti solo al successore. E ci sembra che il dubbio teologico-canonico invocato verta proprio su questa eventuale “competenza esclusiva” del successore sul Cardinalato del predecessore.


Ma Papa Ratzinger va oltre e - nel passaggio successivo della citata lettera - fuga ogni dubbio sul fatto che egli sia “ridiventato” solo un Cardinale: “Nel mio caso, sicuramente non avrebbe avuto senso semplicemente reclamare un ritorno al Cardinalato”. Viene addotta una ragione mediatica che, di per sé, non sembra molto cogente; forse le ragioni profonde dell’impossibilità del semplice ritorno al Cardinalato sono infatti anche altrove. O forse si paventavano devastanti campagne mediatiche.


4 agosto 2018

Il Card. Dario Castrillon Hoyos

Da qualche aneddoto un suo ricordo

5 agosto 2018, Madonna della Neve

Il pontificale in Santa Maria Maggiore


Il Cardinal Castrillon si è spento il 17 maggio scorso. Tra i tanti incarichi per anni fu responsabile della Pontificia Commissione “Ecclesia Dei” e in tale occasione avemmo modo di conoscerlo, di apprezzarne le qualità, di ricevere da lui indicazioni di sincero aiuto ed anche di dissentire su alcuni punti. Se è vero che restava un uomo di Curia di un certo periodo storico, è anche vero che colpiva in lui quel suo fare diretto, immediato, senza affettazione cortigiana. Era grande conoscitore - e spesso tessitore - di quella tela politica che è anch’essa parte della vita della Chiesa Romana, ma non ricordiamo che con noi abbia indossato “la maschera del potere”. Anche il suo fisico robusto indicava l’uomo concreto che aveva conosciuto le asprezze del ministero rurale, in un’epoca in cui gli spostamenti non erano facili. In quell’incontro internazionale del clero che avvenne in Colombia nel 1998 in preparazione all’Anno Santo, salì a cavallo e fece quasi un rodeo, mostrando che cavallerizzo era ancora alla sua veneranda età; scendendo dalla sella prese il microfono e disse ai sacerdoti presenti che aveva dovuto imparare a cavalcare quando l’unico mezzo perché il sacerdote raggiungesse certi centri isolati era il cavallo. E terminò dicendo ai confratelli “vi auguro di usare tutti i mezzi possibili per portare Gesù Cristo”. Ecco com’era il Card. Castrillon e questo suo spirito non poteva non riflettersi nella direzione della Commissione “Ecclesia Dei”, compito non certo facile anche perché non tutte le scelte dipendevano da lui, più forze facevano pressione nel senso delle restrizioni e talvolta del vero e proprio abuso canonico ed ecclesiale. Non scordiamo che ostilità vennero espresse anche da parte dell’Osservatore Romano, ne parlammo in un articolo nel febbraio 2011 (L’osservatore Romano attacca la“Dominus Jesus” e l’“Ecclesia Dei”?).

Per quel che possiamo testimoniare ricordiamo in lui un uomo di mediazione, che soprattutto nel tanto avversato pontificato di Benedetto XVI seppe difendere alcune scelte non senza determinazione e autorevolezza. Su più punti non si può dire che avessimo le stesse posizioni, ma va riconosciuto che in merito alla Messa, che lui chiamava spesso “gregoriana”, ebbe anche parole belle e coraggiose. Parole e atti. Perché fu lui in quel 24 maggio 2003 a celebrare in Santa Maria Maggiore quel famoso pontificale; oggi in molti l’hanno scordato, ma ci voleva coraggio all’epoca, e lui lo ebbe. Si potrà anche legittimamente discutere degli intenti di “recuperare i tradizionalisti”, alcuni parlarono anche - non senza una certa miopia ideologica - solo di “inganno” o “specchietto per le allodole”, ma resta il fatto incontrovertibile che pochi altri Cardinali - specialmente Prefetti di Congregazione e tantomeno un “papabile” - avrebbero osato indossare quei paramenti, per quel rito, in quella basilica, in quei tempi.

A tal proposito era anche autoironico e scherzoso, non arrossiva di citare sorridendo l’epiteto di “squalo” che Mons. Williamson gli aveva affibbiato, poi con bonomia aggiungeva che in fondo per la sua abilità politica se l’era meritato; ma riconosceva al contempo che - seppur da un fronte lontano -  quel Vescovo della Fraternità nei suoi confronti era onesto sia in pubblico che in privato, arrivando a dire che per un certo verso era, paradossalmente, quello dei quattro Vescovi della FSSPX che aveva meno una mentalità scismatica.       

Fu sotto il suo mandato che venne riconosciuta ad una Società “l’esclusività del rito tradizionale” e - da galantuomo - tenne fede ai patti: sotto la sua presidenza quell’accordo non fu mai messo in discussione, malgrado le pressioni dall’alto e malgrado la disponibilità a svenderlo proprio da parte di chi avrebbe dovuto difenderlo. E fu lui che sul Concilio Vaticano II ripeteva - semplificando volontariamente - che i passaggi conciliari potevano distinguersi in tre tipologie, la prima conteneva affermazioni condivisibili pienamente da qualsiasi cattolico; la seconda comportava delle ambiguità, ma era possibile interpretarne i contenuti alla luce della Tradizione; la terza tipologia poteva apparire difficilmente conciliabile con la Tradizione e su questi passaggi dovevamo impegnarci – ci disse a voce – ad un uno “studio serio e costruttivo”, ad una “critica seria e costruttiva”. Ed era lui a dirci con forza: “questo è un gran servizio da rendere alla Chiesa” ! Dopo averla approvata, invece di tirarsi indietro come fecero tanti altri, era lui ad incitarci alla “critica costruttiva” e a dirci che sottrarsi a tale compito equivaleva a servire più se stessi che la Chiesa.

Lo sappiamo bene e non vogliamo nasconderlo nemmeno in questa sede: non tutte le scelte che sottoscrisse furono pienamente condivisibili. Il pensiero va al commissariamento del 2000 della Fraternità San Pietro, che costituì un tristissimo e fin troppo imitato precedente. Ma è anche vero che non sempre un Capo Dicastero fa quel che vuole. Ed in più avemmo la netta impressione che la sua gestione successiva fu tale che quasi volle farsi perdonare quell’errore. Avrà certo fatto i suoi sbagli, ma nella direzione dell’Ecclesia Dei rappresentò spesso concretezza e buon senso, dichiarando apertamente che cercava di comporre le situazioni e non di complicarle. Esasperare le situazioni con vessazioni non produce mai buoni frutti. Anzi quando si trattò di trovare mediazioni e dare consigli pratici di sicura utilità, fu sempre disponibile ed affabile, anche quando aveva più d’una ragione per essere in collera…non è sempre colpa “solo della Curia Romana”…

A chi doveva aiutare chiedeva una certa comprensione delle oggettive difficoltà della situazione, che per chi governa non erano sempre d’evidente soluzione. I nemici della Chiesa e del Papa, alcuni dei quali tesero dei veri e propri tranelli anche sfruttando le debolezze mondane di certo tradizionalismo, erano all’opera e ce lo ricordava.

Poi venne la bufera del 2009, che aveva precisi e premeditati bersagli, di cui uno importantissimo… Sulla maniera con la quale fu trattato è lecito dubitare che qualche vendetta si sia abbattuta su di lui, anche per quel suo netto schieramento e quella sua frase nel Conclave del 2005.  

Fu così che la Commissione Ecclesia Dei finì sotto la Congregazione per la Dottrina della Fede, per cui di fatto si ridimensionava il suo ruolo a quello di mediatore con la FSSPX e le sue “dottrine” da sorvegliare. Anche in un recente incontro, senza nascondere quanto la cosa gli avesse fatto male e rivelandoci anche alcuni aspetti dolorosi, lamentava che così facendo la Commissione Ecclesia Dei veniva a trovarsi in posizioni d’estrema debolezza e che il suo ruolo ne risultava alterato e ridotto. Se dovessimo sintetizzare il nostro ricordo parleremmo di un Cardinale coraggioso e fedele agli accordi presi. Pacta sunt servanda e lui con noi non tradì mai la parola data, anche quando era difficile mantenerla.

Che il Signore voglia accorciargli il tempo di purificazione nel Purgatorio e che lui si ricordi d’intercedere per quei sacerdoti che ha incoraggiato ed anche ordinato al sacerdozio, là da dove si trova e da dove vede tutto sotto altra luce.

La Comunità “San Gregorio Magno”