30 aprile 2026

La giocondità scherzosa (eutrapelia) è una virtù da coltivare?

La visione morale di San Tommaso d’Aquino


                                                           30 aprile 2026, Santa Caterina da Siena

 

San Filippo Neri


Per prenderci gioco di un modo troppo “legalista” di trattare la vita morale e spirituale del cristiano, di un atteggiamento troppo legato alla cosiddetta “morale del dovere”, potremmo provocatoriamente porre la domanda: è obbligatorio essere allegri ?  Ho il dovere di essere scherzoso ? Oppure: quale legge scritta biblica o civile mi obbliga ad essere giocondo ? Non vedendo nessun mandato coercitivo che mi spinga a tale attitudine, una morale troppo legata al precetto potrebbe rispondere che questo argomento non è contenuto nel Decalogo e quindi, non avendo  Dio imposto precetti a tale riguardo, non v’è obbligo di essere giocosi. Non sarebbe quindi tenuto il cristiano ad occuparsi di tale problematica, potendosi permettere di tenere sul volto in qualsiasi occasione un’asprezza austera purché rispetti tutte le regole. Non è questa l’impostazione di San Tommaso d’Aquino e a ben vedere la stessa Scrittura contiene passaggi che, se non parlano di un precetto stretto, contengono inviti più o meno espliciti a porsi la domanda del rapporto tra giocondità e vita spirituale, come poi riprenderanno anche alcuni grandi mistici del Cinquecento.

In questa sede, tuttavia, vorremmo concentrare l’attenzione sulla prospettiva aristotelico-tomistica suggerita principalmente da una questione (q. 168, IIa IIae) della Summa Theologiae di San Tommaso d’Aquino e sulla sua visione morale che, come noto, è più attenta alla crescita e al consolidarsi delle virtù che non alla prospettiva legalista di certo razionalismo moderno. Ciò implica che alle volte vi possono essere degli atti morali richiesti al buon cristiano, i quali non sono per forza di cose legati a una prescrizione esplicita, ma sono piuttosto la naturale conseguenza di un’anima che, impregnata di carità, organizza il suo agire morale coltivando le virtù secondo ragione.

Ad esempio, essere affabili, dice il Santo Dottore, è qualcosa che si apparenta alla giustizia in quanto riguarda i rapporti con gli altri, ciò non rientra tuttavia pienamente nella ratio di giustizia come se qualcuno “dovesse” l’affabilità all’altro come “deve” in senso stretto restituire un debito pecuniario che ha contratto. Tuttavia, l’affabilità è una “cosa dovuta” all’altro (debitum) secondo un certo modo: ovvero quando si considera la struttura dell’agire morale nella sua complessità e il modo di operare del virtuoso, il quale fa all’altro quel che è opportuno fare, quel che è cosa buona fare, quel che « decet eum facere », dice San Tommaso[1], allora, tenendo conto di un insieme di rapporti sociali e di esigenze ad essi collegati, l’affabilità è in certo modo una “cosa dovuta”. In altre parole, la morale della virtù rispetto a quella della legge, se delle volte è giustamente più elastica rispetto alla stretta applicazione del precetto, delle volte è più esigente, perché - guardando al vero bene da fare, aldilà del minuzioso comma di legge scritto o prescritto - richiede all’uomo di fare ciò che fa del bene  anche se nessuna legge ne parla, di fare quel che conduce al vero fine, di fare ciò che è giusto anche se non è prescritto. Questa visione morale può quindi anche implicare un sorriso o una disponibilità al sorriso e allo scherzo proprio in vista del vero bene da compiere.

L’Aquinate, infatti, ci dice che la virtù si esplica anche nei moti esteriori del corpo, come un sorriso, una pacca sulla spalla o una certa giocosità, che noi possiamo governare con la nostra volontà[2]. Quindi aggiunge che la moderazione e il governo dei nostri moti esteriori, sotto l’aspetto sociale dei rapporti con gli altri, va riferita principalmente a due virtù: la prima quella di amicizia/affabilità ovvero la virtù che ci fa porre amichevolmente/affabilmente nei confronti delle persone che si incontrano o con cui si vive e la seconda che è la virtù di veracità, la quale in questo caso si riferisce ai nostri moti esteriori del corpo in quanto essi sono rivelatori dei moti interiori dell’anima. Una virtù quest’ultima che fa esibire se stessi, in parole e modi, così come realmente si è[3], evitando la finzione[4]. Amicizia/affabilità e veracità sono in questo caso i due pilastri del buon agire morale.

Ma allora - si chiede il grande teologo - può essere richiesto di far ricorso al gioco o al tono faceto al punto tale che l’omissione si tale giocondità potrebbe essere una mancanza alla virtù ed anche un peccato? L’Aquinate ci dice che, come il corpo dopo il lavoro ha bisogno di riposare e di rifocillarsi, così avviene anche dopo i lavori che richiedono forte concentrazione intellettuale o anche dopo l’esercizio della preghiera e della contemplazione, poiché queste attività, pur sublimi, procurano un affaticamento dovuto allo sforzo ad esse connesso ed il fatto che noi non siamo angeli, ma siamo dotati di limiti corporali, fa sì che si renda necessario un riposo ed anche uno spazio di diletto. San Tommaso riferisce di alcuni che si scandalizzavano di come San Giovanni Evangelista si intrattenesse scherzosamente coi discepoli, e la risposta dell’Apostolo fu di chiedere ad uno che scoccava frecce perché non tendesse costantemente l’arco e l’altro rispose che così facendo l’arco si sarebbe spezzato. San Giovanni fece così capire che anche l’animo si sarebbe infranto se lo si fosse lasciato in continua tensione senza che mai potesse rilassarsi (relaxaretur)[5].