29 settembre 2021

“Traditionis custodes” e i giochi del Conclave

Tra interessi “curialeschi” e ipocrisia

29 settembre 2021, San Michele Arcangelo

 

Bergogliani


Una fedele di Bordeaux si è rivolta alla nostra Redazione in merito a Traditionis custodes, il testo che di fatto quasi proibisce la celebrazione della Santa Messa tradizionale, e in merito alla relativa risposta servile data dai Superiori degli Istituti tradizionali appartenenti alla Commissione “Ecclesia Dei”, ormai definitivamente soppressa, come è soppressa (anche in teoria) quella logica di protezione delle realtà tradizionali che Giovanni Paolo II le aveva attribuito. La nostra lettrice ci riferisce che, su sua domanda espressa, il testo dei Superiori degli Istituti tradizionali Riuniti a Courtalain è stato definito da un sacerdote responsabile di Saint Eloi sufficientemente ambivalente perché possa esser letto nei due sensi, il “tradizionalista” non scopre le sue carte su come la pensa, il Vaticano può leggerlo come un’accettazione piena nel Vaticano II. A questo si aggiunge l’informazione che il Superiore per l’Italia del medesimo Istituto del Buon Pastore, su indicazione del Vicario Generale della diocesi di Ascoli Piceno, ha proclamato dal pulpito - solennemente rivestito di sacri paramenti - tutto il testo di Traditionis Custodes, fin nei passaggi che fino a poco tempo fa sarebbero stati giudicati dallo stesso inaccettabili. E poi, a fine Messa, al fedele che scandalizzato ha chiesto spiegazioni è stato risposto: “disobbedire a questa disposizione pontificia sarebbe come peccare contro lo Spirito Santo”. E siccome il servilismo provoca anche schizofrenia, un sacerdote dello stesso Istituto dice - in privato - che il Documento dei Superiori Riuniti a Courtalain è vergognoso ed è frutto delle pressioni (provenienti dalla Segreteria di Stato?) esercitate nella riunione tramite Mons. Wach e su cui non tutti i firmatari erano d’accordo in un primo momento. Si tratta dello stesso sacerdote di Ascoli Piceno?

Mettendo da parte il doppiogiochismo interessato, a noi pare gravemente ingiusto dare tutta la colpa all’Istituto del Cristo Re, che certo non brilla per critica pubblica delle eresie moderne, ma che non aveva il potere di imporre nulla a nessuno. Ciascun sacerdote degli Istituti firmatari si assuma la responsabilità di ciò che è stato firmato dal Capo. Aristotele dice che quel che fa il Capo, lo fa la società intera, restando al singolo la possibilità di dissentire. Pubblicamente però. Sì, perché se davanti a tutti è stata proclamata una posizione che investe l’intero Istituto e se tale posizione è inaccettabile in coscienza, almeno per qualche sacerdote e anche per qualche battezzato, si ha il dovere di dissentire davanti a tutti. Altrimenti il silenzio equivale ad una sottoscrizione, aldilà dei pettegolezzi detti sottovoce.   

 Ad onor del vero nei ranghi della Fraternità San Pietro, si erano notate nell’immediato, nella seconda metà di luglio, delle prese di posizione pubbliche un po’ più coraggiose che altrove ed anche dei commenti non disprezzabili, qualcuno ha ricordato anche per iscritto la possibilità della famosa “critica costruttiva”, che - non più difesa dall’IBP - era stata fatta propria da alcuni sacerdoti un po’ più intraprendenti della FSSP. Purtroppo tutto si è spento inesorabilmente dopo le prese di posizione del Superiore Generale ed ancor più dopo il Documento dei Superiori Riuniti. Documento definito lapidariamente da alcuni sacerdoti statunitensi della FSSP : “una capitolazione”. Anche qui però, a nostra conoscenza, il dissenso si è espresso solo in privato. Se dovessimo sbagliarci volentieri pubblicheremo una rettifica firmata. In merito alle posizioni delle Comunità Benedettine firmatarie, Le Barroux in primis, non trapela nulla per il momento, salvo l’unanime commento che, avendo grande familiarità con la lectio divina, sarebbero loro i fautori di quel profluvio di citazioni scritturali, la maggior parte delle quali riferite a sproposito. Qualcuno ha obiettato che ci sfuggirebbe il senso accomodatizio di un testo ironico, perché in fondo il Documento dei Superiori Riuniti, quando invoca pietà e misericordia, farebbe allusione alla “misericordia” tanto invocata e così poco  applicata per i tradizionalisti. Evocare comunque proprio quei passaggi latitudinaristi di Amoris Laetitia, che di fatto hanno permesso ai divorziati risposati di accedere alla Comunione, per invocare misericordia anche sulla Tradizione, se è una battuta non fa ridere per niente, se è segno della pavidità di certo mondo tradizionale, fa solo piangere. Il vecchio Eleazaro del Libro dei Maccabei si rigirerà nella tomba. A cosa serve poi nascondersi dietro un dito? E’ così che si serve con amore la Chiesa nella tempesta? Oportet aliquandum excessum facere direbbe San Girolamo e Sant’ Atanasio, ripreso da San Pio X, ci ricorda che nella difesa della verità cattolica è meglio l’eccesso che il difetto, finora invece si è visto solo il politicamente corretto…

E poi chiedere misericordia e pietà, se è giusto per il peccatore in quanto tale, se è giusto per ciascuno di noi in quanto peccatori singolarmente presi, è ingiusto se preso in quanto società o sacerdoti che, pur coi propri limiti, cercano di difendere la Tradizione. “Agnosce, o christiane, dignitatem tuam”.  

Per correttezza tuttavia dobbiamo aggiungere nel rispondere alla nostra lettrice che non sarebbe giusto soffermarsi solo su queste forme d’ipocrisia di quel “mondo tradizionalista” definito non sempre a torto “rallié” (in italiano diremmo “allineato”/“integrato”), cui si sono recentemente aggiunti a pieno titolo - pubblicamente e senza distinzioni - anche coloro che nel 2006 dicevano di voler avere una posizione più battagliera perché avevano ricevuto un preciso mandato da parte del Papa Benedetto XVI. Non sarebbe giusto perché sarebbe quantomeno incompleto. Infatti, attorno a Traditionis custodes, si stanno svelando molti cuori. Non ultimo quello della FSSPX bergogliana, che è la grande beneficiata del Papa dal volto latino-americano…ma dai metodi squisitamente curiali, il quale - a parole - non amerebbe “quelli che criticano il Vaticano II”. 

Per chi da anni segue le vicende sa bene che Disputationes Theologicae da tempo denuncia l’esistenza di un accordo…pratico (addirittura “praticone”), tra Papa Bergoglio e la FSSPX. Quelle che erano nostre deduzioni, seppur provviste di una certa evidenza per chiunque volesse leggere le vicende con onestà intellettuale, diventano addirittura lampanti per chi oggi abbia conservato un po’ di buon senso. Nessuno infatti è riuscito a spiegarci come sia credibile che la ragione profonda di Traditionis Custodes siano le “critiche al Vaticano II” che, Dio sa quanto timidamente, possono aver espresso (ma lo hanno fatto davvero?) gli Istituti “Ecclesia Dei”. 

Tra l’altro stando all’invocato pretestuoso ragionamento che grosso modo dice “siccome tra alcuni che celebrano la Messa tradizionale c’è qualcuno che insulta il Vaticano II, allora vi levo la Messa tradizionale” si potrebbe equamente rovesciare “siccome tra chi è ideologicamente fautore della Messa riformata di Paolo VI ci sono dei veri e propri eretici che negano i dogmi sanciti dalla Chiesa, allora vietiamo il Novus Ordo”, invece per quest’ultimo si parla benevolmente e ipocritamente soltanto di qualche “abuso” da correggere. Per gli eventuali eccessi di qualcuno si toglie di fatto a tutti la Messa gregoriana, per le aberrazioni degli amici modernisti, giusto un richiamo generico. 

A noi sembra invece che del Vaticano II non gliene importi più nulla a nessuno, nemmeno ai progressisti, proiettati a razzo come sono sul Vaticano Terzo, ma che lo si invochi piuttosto per manovre curiali…non ultimo in vista del prossimo Conclave, che pur si tenta di ritardare.

Se il motivo di tanta repressione verso la Messa tradizionale risiedesse davvero nelle prese di posizione divisive degli “Istituti tradizionali” sull’ultimo Concilio, perché davanti alle critiche, pur non prive di fondamento, ma espresse in maniera sguaiata, talvolta urlata e in alcuni casi anche senza un’adeguata struttura teologica da parte della FSSPX, non si agisce in maniera analoga? La ragione è dottrinale o politica? Di fatto oggi gli Istituti “Ecclesia Dei”  sono stati strozzati, mentre gli unici che possono continuare ad ordinare sacerdoti lecitamente e senza bisogno di lettere dimissorie per concessione di Papa Francesco, gli unici che possono confessare validamente e lecitamente senza chiedere i poteri ai Vescovi diocesani con l’accordo di Papa Francesco, gli unici che possano sposare validamente e lecitamente - dando un colpo di telefono al parroco a fine serata perché trascriva nei registri il matrimonio celebrato al mattino - in virtù di un riconoscimento reciproco col Papa di Fratelli Tutti sono proprio…i sacerdoti della FSSPX.

 Ma davvero qualcuno crede che tutto ciò sia un caso o una dimenticanza di colui che, forse troppo preso dalla preparazione del futuro Conclave, si è scordato di quel che dice la FSSPX e delle sue posizioni discutibili addirittura in materi di validità dei Sacramenti “Nuovi” (ripetiamo : non “corretta espressione dell’ortodossia”, non “piena legittimità dottrinale e canonica”, ma addirittura “validità”), mentre ha schiacciato quegli Istituti che, seppure in modi diversi, hanno almeno fatto lo sforzo di tenere in piedi un accordo canonico con Roma da anni ? Ce lo potrebbe spiegare l’abbé Jean Michel Gleize che con una durezza più vicina all’ideologia che alla teologia, ha attaccato senza pietà il pur criticabile Documento dei Superiori Riuniti senza abbordare le ambiguità di casa sua? Non è forse maggiore ipocrisia atteggiarsi a inflessibili difensori del dogma senza nessun compromesso con “la Roma modernista ed apostata”, come la chiamano loro, e al contempo chiedere - ed ottenere sottobanco - tutte le suddette concessioni? Concessioni che poi non sono solo in materia di Sacramenti, ma anche molto, molto concrete. Sono addirittura immobiliari. Come può essere giunto l’avallo romano all’acquisto da parte della FSSPX - anzi alla donazione da parte dell’Istituto religioso ! - di “una delle chiese più rinomate, belle e antiche di Vienna, in una posizione privilegiata”, come dice l’abbé Frei, proprio nei giorni della redazione di Traditionis Custodes ? Come è possibile che Mons. Huonder, già Vescovo di Coira, solo il 26 agosto scorso a Wangs, confermi solennemente che la sua scelta di passare la sua pensione in una casa della FSSPX è stata pienamente avallata e condivisa da Papa Francesco? Come è possibile che Mons. Huonder celebri pontificalmente al trono, nei priorati della FSSPX e attorniato dagli Assistenti Generali della medesima società il 25 settembre 2021 con l’incoraggiamento espresso di Bergoglio e che invece i sacerdoti regolarmente incardinati debbano chiedere cento permessi e non possano più celebrare nelle “chiese parrocchiali”? Via, non prendiamoci in giro…quale cieco non vede la realtà dei fatti? Ed ora, almeno, l’abbé Gleize della FSSPX, che Don Davide Pagliarani lascia liberamente insegnare a Ecône le sue posizioni ecclesiali alquanto discutibili (e non sempre teologicamente fondate), bilanciando così “a destra” l’accordo bergogliano e tranquillizzando la “Resistenza interna”, abbia almeno la compiacenza di risparmiare la morale, giacché alcuni Superiori “Ecclesia Dei” hanno peccato di pavidità interessata, ma almeno non si sono atteggiati a inflessibili salvatori della Chiesa. E poi loro il coraggio d’un accordo alla luce del sole almeno ce lo hanno avuto, non hanno mai detto come la FSSPX che per fare l’accordo ci voleva : 1) La liberalizzazione della Messa tradizionale. Ed è uscito Traditionis Custodes. 2) Il ritiro delle scomuniche. E invece nella lettera di accompagnamento a Traditionis Custodes si è tornati a parlare di “scisma” di Mons. Lefebvre. 3) La conversione di Roma a seguito delle discussioni dottrinali. La vede Don Davide Pagliarani? E adesso, invece di prendere le distanze, l’accordo pratico tra FSSPX e Papa Bergoglio continua fino al punto da far fuori…chi faceva scomodo ad entrambi.  

E aggiungiamo, quale altro inconfessabile patto si cela dietro questa promozione di fatto della FSSPX da parte di Bergoglio cui la FSSPX risponde spesso con più gratitudine e deferenza di quanto non facesse con Benedetto XVI? Ci sarà di certo un “do ut des”. Non ci saranno mica dei giochi pre-Conclave con legittimazioni incrociate di situazioni che invece sarebbero ampiamente delegittimate da ambo le parti? La FSSPX non starà mica barattando con la legittimazione di Bergoglio, criticato sì, ma riconosciuto come “indiscutibilmente legittimo”, quando invece qualche penna ha sollevato, sebbene non in forma categorica, dei dubbi (cfr. anche Che tipo di “dimissioni” sono quelle di Benedetto XVI?Benedetto XVI nel 2017 ha dato la Benedizione Apostolica ?!? )?

Papa Bergoglio infatti in cui, caduta la maschera francescana e simpaticamente “latino-americana”, sta venendo fuori tutto il curialismo progressista italiano e tedesco, da una parte - in nome dell’unità - stigmatizza i “tradizionalisti divisivi”, dall’altra spacca ancor più la Chiesa con l’anti-Motu Proprio, cassando il Pontificato del Predecessore a colpi d’accetta e demolendo col martello pneumatico Summorum Pontificum, che - pur coi suoi limiti - era un simbolo del Pontificato benedettiano e uno degli atti più eminenti (cfr. Istruzione “Universae Ecclesiae”) del suo Magistero. Ma cosa è stato promesso all’ultimo Conclave? Quante cambiali ci sono da pagare? Quando afferma “non faccio quello che voglio, ma quello che abbiamo deciso insieme”, ragion per cui è stato eletto, a cosa si riferisce? Ma si è accordato su questo punto con tutti quelli che poi lo hanno votato o solo coi sostenitori della prima ora, ovvero il filone di ispirazione progressista gesuitico-martiniana ? 

E poi cosa c’entrava quell’accusa ai Cardinali che si sarebbero riuniti per preparare un futuro Conclave durante la sua malattia? Non era stato forse lui a parlare nel 2014 di una sua presenza breve, quattro o cinque anni ? I Cardinali in questione avranno solo fatto i conti, 2013 più cinque fa 2018 e siamo nel 2021. E poi la storia del “Papato a termine” non è forse già stata quasi imposta, sebbene in diversi termini, a Benedetto XVI ? Era uno dei grandi cavalli di battaglia del Card. Martini e della Mafia di San Gallo,  il Papato svilito, ed anche Bergoglio parlò lungamente di dimissioni a tempo debito, non sarà forse che più che “alcuni Cardinali mi volevano morto”, il problema sia che “se si va al Conclave adesso il Card. Tagle (o Zuppi) non vince, quindi è meglio ritardarlo”, come ci è stato autorevolmente riferito ?    

E poi quella fretta nel promulgare Traditionis custodes, appena uscito dall’ospedale…non gli hanno dato  nemmeno il tempo fare un po’ di convalescenza…quel far entrare immediatamente in vigore la norma, suona tanto come se bisognasse assicurarsi tutto prima che succedesse qualcosa. Un gesto prima del Conclave che desse una chiara caratterizzazione progressista, anti-benedettiana, che vincolasse il successore e che facesse un effetto, su quei tanti Cardinali provenienti “dalla fine del mondo”, magari un po’ più sprovveduti di manovre “vaticane”, di vittoria schiacciante e assoluta del fronte dell’estrema sinistra ecclesiale. 

In conclusione, se questi eventi - e Dio si rivela con gli eventi - non riescono a far mettere in discussione la strada intrapresa, cos’altro ci vorrà ? Non disprezziamo queste sollecitazioni della Provvidenza, fossimo noi Cardinali, con un’immensa responsabilità, fossimo noi sacerdoti, trattati peggio degli eretici per la sola celebrazione tradizionale, fossimo noi dei semplici battezzati. 


 La Redazione di “Disputationes Theologicae 

6 giugno 2021

Il nostro addio all’abbé Paul Aulagnier

Camerino, Corpus Domini 2021

                                  



Sul sagrato della chiesa di San Jean de la Chaine mentre usciva il feretro dell’abbé Paul Aulagnier un giovane sacerdote ci ha chiesto come mai fossimo presenti a quel funerale, alludendo ad un dissapore che fece sì che le nostre strade si separassero. Per rendere omaggio a un grande combattente, gli abbiamo risposto, perché davanti alla morte bisogna saper abbassare le spade, specie se per tanto tempo si è combattuto insieme contro il progressismo dilagante nella Chiesa. E, sapendo che era morente, siamo contenti d’aver potuto mandargli un confratello per dirgli che volevamo che la morte ci vedesse riconciliati. Tutte le morti fanno riflettere alla brevità della vita, ma questa ci ha confermato specialmente la necessità di non abbassare la guardia in questa guerra senza quartiere per la fede e, propter fidem, per la Santa Messa nel rito della Tradizione. Quel Giudice che, osiamo sperare, ci perdona se nell’ardore della battaglia non tutti i colpi furono calibrati a perfezione - e chi può dire d’esserne stato capace, “pecore senza Pastore” quali in parte siamo - è più severo se, pur avendone evidenza, non abbiamo difeso la Sua regalità davanti agli uomini. L’ora viene in fretta, almeno poter dire che quel “bonum certamen”, seppur coi tanti nostri limiti, abbiamo cercato di combatterlo. Questa l’aria che si respirava, queste le riflessioni, non solo nostre, nel giorno del suo funerale.

Alla notizia della sua morte già ci parve che l’abbé Aulagnier, che ora vede tutto sub specie aeternitatis, ci fosse ancor più vicino, come lo fu in tante battaglie, alcune delle quali per lungo tratto combattemmo insieme contro chi voleva agissimo contro la nostra coscienza cattolica. Apprezzava molto Disputationes l’abbé Aulagnier e conserviamo gelosamente le sue lettere d’elogio ai resistenti del Buon Pastore della prima ora. “Foncez” [andare avanti, non indietreggiare] diceva, anche perché non è mai stato uno che si tirasse indietro, benché fine politico. Un po’ troppo talvolta, forse per compensare qualche sua focosità dannosa: massimamente quella della famosa riunione del 31 maggio del 1988 in cui egli fu determinante nel far fallire l’accordo Roma-Ecône. Un giorno ci disse che mons. Lefebvre parlava della necessità di un genere di rivista come la nostra, che alternasse attualità ecclesiale a disamine approfondite e talvolta anche impegnative. Addirittura pensò che quella famosa lettera dei seminaristi dell’IBP fosse stata opera della nostra Redazione, tanto l’aveva apprezzata, riletta, diffusa in quel momento tragico, mentre noi ne fummo al massimo ispiratori di fatto, ma in nessun modo autori. Non ci credette mai e continuava a complimentarsi con noi, ma sbagliava, l’autore fu un allievo suo e nostro, ma non il Direttore. Val la pena rileggerla comunque perché rispondeva alla lotta che infuriava all’epoca e che lui sposò convintamente (Lettera dei seminaristi dell’IBP), anche se poi fece una scelta di tranquillità, che in lui almeno aveva la scusante dell’età e della stanchezza accumulata.

Non ci stancammo mai di ripetere - e qualcuno lo ha anche ripreso ultimamente - che il gesto in cui riluce l’aspetto a noi più caro dell’abbé Aulagnier e rivelatore del suo animus fu durante gli anni Duemila, quando, dopo l’accordo canonico prodottosi nel caso dell’Amministrazione Apostolica San Giovanni Maria Vianney di Campos (un buon accordo in sé, disgraziatamente rovinato dal notorio carrierismo di qualcuno), ebbe il coraggio di gridare forte in seno alla FSSPX che era giunto il momento d’un accordo canonico. Da realizzarsi in una duplice prospettiva: servire la Chiesa, il cui rapporto col mondo tradizionale ha ricadute a livello generale e preservare il mondo tradizionale dal pericolo di radicamento d’una mentalità tendente allo scisma. Per quei seminaristi di spirito romano di Flavigny ed Ecône significò molto: era l’amico di Mons. Lefebvre che parlava, e la sua voce era più difficile da liquidare. Subì condizionamenti con i soliti metodi - ciò che gli valse un significativo aggravamento di salute - gli fu ingiunto il silenzio, fu minacciato delle più severe sanzioni, ma scelse di non tacere (il che sarebbe stato schizofrenico stante l’importanza della “denuncia dell’errore” propugnata dalla FSSPX nei confronti perfino del Vicario di Cristo). Avrebbe potuto essere in favore dell’accordo canonico purché non dichiarasse nulla pubblicamente. Scelse, con grande coerenza, che rimanere in silenzio sarebbe stato iniquo. Il dovere di parlare, e talvolta pubblicamente, per il bene della Chiesa non può essere limitato a taluni pericoli, ma se gli errori gravi talvolta sono anche in casa “tradizionalista” e se la verità vale più del tornaconto, bisogna accettare questo ruolo ingrato. E l’abbé Aulagnier lo fece, denunciando quella che stava diventando una deriva scismaticheggiante. Fu deposto da Assistente Generale della FSSPX, in pratica “accompagnato alla porta”. E non “se ne allontanò con nostro grande dispiacere”, come recita il Comunicato ufficiale della FSSPX del 6 maggio 2021 (Fraternità in cui, a causa dell’ostinata ambiguità di Mons. Fellay, si è ingenerata una reazione di rigetto all’accordo e che ora è guidata da un Capo che preferì andare a Singapore per non sottostare a un Superiore “accordista”. L’abbé Aulagnier non doveva avere tutti i torti…). Davvero non si teme la menzogna più spudorata pronunciata contro chi non c’è più. No, fu cacciato - e in malo modo - si riconosca il torto, o almeno si taccia, ma si evitino contraffazioni della realtà ad usum delfini. Qui habet aures audiendi audiat. Se queste poche righe potranno contribuire a ristabilire la giustizia su chi non può più difendersi sulla terra, non saranno state scritte in vano.

Certo tutti sanno che nel 1988, come accennavamo sopra, fu “l’uomo delle Consacrazioni”, la cui assoluta necessità affermò sempre perentoriamente e senza voler sentire ragioni ponderate quantomeno di riflessione aperta; su questo punto era sempre passionale. Ma era anche l’uomo che, quando in coscienza riconobbe l’accordo possibile e doveroso, ebbe il coraggio di dirlo, pagando con la solitudine, l’oblio e la calunnia una posizione che non era stata di comodo. Onore al merito, “cher Abbé”, per riprendere quella sua usitata espressione. Ce ne siamo dette di tutti i colori, in certi frangenti, ma pur sempre con un reciproco riconoscimento da soldati di uno stesso esercito.

E coraggioso lo fu anche quando - e la Fraternità San Pietro gli dovrebbe eterna gratitudine - rivelò molto di quel piano assai poco onorevole per cui dei firmatari chiedevano alla Curia Romana di poter celebrare anche secondo il rito riformato, con ciò gettando lo scompiglio nella FSSP. Senza l’abbé Aulagnier, che contribuì a rendere pubblici quei documenti, forse oggi la FSSP non si sarebbe ripresa sotto nessun profilo (evidentemente non parliamo dell’aspetto relativo alla battaglia dottrinale che ancore langue, pur essendo questo l’aspetto più importante, ma dell’attuale condotta liturgica). Se non ci fosse stato quel coraggioso sacerdote che sapendo di esporsi a denunce e risarcimenti con la diffusione di quei documenti, la verità non sarebbe emersa con la necessaria chiarezza. Ci pensino, anche coloro che…con una condotta più servile che non genuinamente filiale verso l’Autorità, gli inviarono quei documenti…perché circolassero. E quando gli chiedevamo, sapendo che era dell’Alvernia, quindi notoriamente non certo uno spendaccione, se quelle multe per diffusione di documenti interni non gli fossero costate troppo care, intuendo la nostra provocazione ci rispondeva “mai soldi furono meglio spesi!”. E aveva ragione da vendere perché quella corrispondenza non era cosa privata, ma riguardava il bene pubblico della Chiesa e bene fece a pubblicarli.

E poi un’ultima parola sul suo amore alla Messa, la sua lotta di una vita in difesa della “Santa Messa di sempre” come la chiamava lui, difesa senza quartiere che talvolta gli lasciava sfuggire anche qualche frase inappropriata e una foga che ci permettemmo di rimproverargli, ma l’abbé Aulagnier su alcuni punti era un po’ rimasto al clima immediatamente successivo al 1988 (se non immediatamente successivo al 1976).

Noi lo ricordiamo così ed era giusto che la nostra Rivista gli rendesse omaggio, e non con quell’asettica impersonalità dei ricordini funebri. Siamo fiduciosi che dall’eternità, da dove vede tutto con maggior chiarezza, l’abbé Aulagnier ci sta già aiutando, l’abbiamo anche sperimentato.

  Don Stefano Carusi - Abbé Louis-Numa Julien


19 aprile 2021

L’intrinseca malizia della Comunione sacrilega

Certa nuova “prassi” alla luce di San Tommaso d’Aquino

19 - IV - 2021

  

In questi tempi così bui…un Cardinale che onora la Sua Porpora


Abbiamo già invocato in passato i pericoli di una nuova “prassi sacramentale” (Missionari della Misericordia o della profanazione della Confessione?), con cui si diffonde nella pratica l’accesso oggettivamente sacrilego alla Comunione e che quantomeno asserisce di rifarsi alla diffusione di documenti ambigui quali Amoris Laetitia o alle linee, provenienti da alto loco, di formalizzazione dell’intercomunione coi Protestanti (cfr. Intercomunione, le false ragioni dottrinali di Kasper). Avevamo anche ricordato come, nel pensiero marxista che oggi fa scuola, i più inconfessabili programmi rivoluzionari si applichino non tanto con documenti di speculazione ordinata, supportando scientificamente la supposta validità delle novità e accettando il rischio di reazioni contrarie, ma con l’azione fattuale e concreta, con la “dottrina della prassi” appunto. Documenti troppo articolati ed espliciti infatti, non potendo resistere ad un esame serrato perché privi di solida ossatura filosofica e teologica e soprattutto di radicato fondamento nella Divina Rivelazione, si rivelerebbero controproducenti per la causa dei sovversivi. Non per questo il piano del capovolgimento è meno articolato, solo non lo si confessa e ci si limita ad applicarlo sottotraccia, lasciando poi che la dottrina cambi impercettibilmente in tutti quegli ambiti che alla nuova prassi ereticale sono connessi. A forza di non agire come si pensa, si finisce per pensare come si agisce. I marxisti - e il catto-marxismo che ne è un succube derivato - lo sanno bene.

In merito alla Comunione sacrilega di fatto ormai imperversante e in parte anche teorizzata - sebbene evitando con cura la troppo allarmante nozione di “sacrilegio” e parlando piuttosto di “apertura” (guarda caso sempre “a sinistra” e, salvo “situazioni fantoccio”, mai “a destra”) - è bene ricordare l’ampia illustrazione che ne dà San Tommaso d’Aquino, cercando di coglierne tutti i risvolti distruttivi connessi alla oggettiva malizia di tale sacrilegio, sovvertitore anche del disegno di Cristo sulla Sua Chiesa. E’ evidente che non ci stiamo riferendo alla debolezza di chi per rispetto umano si accosta alla Comunione in peccato mortale, perché mal formato o perché più attento al giudizio degli uomini che a quello di Dio - la qual cosa resta di certo grave e dalla quale è imperativo emendarsi, ma che può talvolta essere attribuita più a umana irrisolutezza che a meditata malizia - ma ci riferiamo alla velata “teorizzazione” (vale a dire : ufficializzazione) da parte di taluni ecclesiastici anche rivestiti di autorità, della “prassi” della Comunione sacrilega.

 

Fino a che punto viene falsato il segno dell’Eucarestia

Quando San Tommaso analizza in cosa consista la gravità della Comunione sacrilega non solo si riferisce al grave danno che subisce l’anima del peccatore e alla condanna che si decreta a se stessi, riportando il noto passaggio della Prima Epistola ai Corinti, “chi mangia e beve indegnamente, mangia e beve la propria condanna” (11, 29), ma vuole approfondire con ampiezza tutto quel che indica e comporta peccare “sacramentalmente”.

6 marzo 2021

«Se non vi convertite, perirete tutti» (Lc 13, 1-5)

Riflessioni sull’articolo del 29 settembre 2020

Quaresima 2021


Jacopino del Conte, Predica di S. Giovanni Battista, 

Roma, Oratorio di S. G. B.

 

Pubblichiamo la lettera di un nostro lettore, nella fiducia che ciascuno saprà prendere i contenuti in maniera al contempo serena, equilibrata e zelante (NdR). 

*** 

«Abbiamo visto al lato sinistro di Nostra Signora un poco più in alto un Angelo con una spada di fuoco nella mano sinistra; scintillando emetteva fiamme che sembrava dovessero incendiare il mondo; ma si spegnavano al contatto dello splendore che Nostra Signora emanava dalla Sua mano destra verso di lui: l’Angelo indicando la terra con la mano destra, con voce forte disse: PenitenzaPenitenzaPenitenza!» (dal Terzo Segreto di Fatima pubblicato).

«Padre, non stiamo ad aspettare un appello alla penitenza dal Santo Padre, né dal nostro Vescovo o dalle Congregazioni religiose. No! Nostro Signore si è già servito molto spesso di questi mezzi e il mondo non se ne è curato affatto. E’ per questo che ora è necessario che ciascuno di noi inizi a riformare se stesso spiritualmente» (dal Colloquio di Suor Lucia con il Padre Fuentes, 26 dicembre 1957).

 

«Alla Chiesa di Laodicea scrivi: [...] “tu non sei né freddo né caldo. Magari fossi freddo o caldo! Ma poiché sei tiepido, cioè non sei né caldo né freddo, Io sto per vomitarti dalla Mia bocca”». (Ap.3, 14)

 

«[Dice il Signore] Se il Mio popolo mi ascolta, Io gli darò sacerdoti buoni; ma se il Mio popolo non ascolta, Io gli darò sacerdoti cattivi» (San Giovanni Eudes).               

Un lettore

 

Per leggere l’articolo del 29 settembre scorso sull’enorme potere della Penitenza, cliccare qui. 

25 gennaio 2021

«Salvaci dalla dannazione eterna»

 Che fine ha fatto il dogma dell’inferno?

 25 gennaio 2021, Conversione di San Paolo

 

Dannati all’Inferno, San Brizio (Cappella Nova), Duomo di Orvieto

Nel giorno della Conversione di San Paolo pubblichiamo un articolo scritto negli anni scorsi e recentemente trasmessoci, constatando con dolore un ulteriore peggioramento della situazione generale. Il Concilio Vaticano Terzo del Card. Martini infatti - l’abusivo Concilio Vaticano Terzo, spalleggiato dal mondo e non combattuto o non combattuto adeguatamente dalla gerarchia - ha potuto dilagare per decenni nella Chiesa ed oggi è asceso al vertice umano di Essa (NdR).

 

***

 

«[Oggi] il mondo si trova inghiottito terribilmente nella palude di un secolarismo che vuole creare un mondo senza Dio; di un relativismo che soffoca i valori permanenti e immutabili del Vangelo e di un’indifferenza religiosa che resta imperturbabile di fronte ai beni superiori e alle cose che riguardano Dio e la Chiesa. […] Alcuni mesi prima della sua elezione al Soglio Pontificio, il cardinale Karol Wojtyla diceva: “Ci troviamo oggi di fronte al più grande combattimento che l’umanità abbia mai visto. Non penso che la comunità cristiana l’abbia compreso totalmente. Siamo oggi davanti alla lotta finale tra la Chiesa e l’Anti-Chiesa, tra il Vangelo e l’Anti-Vangelo”. Una cosa è tuttavia certa: la vittoria finale appartiene a Dio e ciò si verificherà grazie a Maria, la Donna della Genesi e dell’Apocalisse che combatterà alla testa dell’esercito dei Suoi figli e figlie contro le forze del nemico, di Satana, e schiaccerà la testa del serpente» (Cardinale Ivan Dias, come Legato Pontificio, omelia a Lourdes dell’Immacolata 2007).

 

La gnosi (madre di tutte le eresie, dei poteri occulti…) «non ha, da un certo punto di vista, difficoltà a insinuarsi nel pensiero cattolico, anche a livello superiore. […] Aldo Natale Terrin, indagando il postmoderno, sostiene che la Chiesa odierna vivrebbe nell’accettazione di una doppia appartenenza: poter essere cattolica (ma in che modo?) e altro nello stesso momento, vantando di accedere ormai impunemente ad altre fonti. Non solo sarebbe accettata nel suo interno ai vari livelli, ma la doppia appartenenza farebbe parte della proposta stessa della Chiesa all’uomo contemporaneo: è un patto tacito, interno ed esterno» (Un docente dell’ “Università del Papa”, intervista a 30 giorni di maggio 2003).

 

I pericoli che un grande porporato (che morì «triste» e con «un grande rimorso») annotò a margine del Vaticano II, come collegati al prevalente orientamento conciliare. Nel clima immediatamente seguente l’allocuzione Gaudet Mater Ecclesia, «un’aria di evidente e concitato malessere», l’autorevole testimone vide e previde: il «gettare in una zona oscura i grandi problemi dell’ortodossia», in nome del «pastoralismo» dato erroneamente per necessità; la «formazione di due punti di pressione (biblica-razionalista, misticismo a tendenza carismatica)» che tendono a «eliminare» la sana dottrina; la tendenza a «rispondere a un mondo ateizzato sulla trincea protestante» (Benny Lai, Il Papa non eletto. Giuseppe Siri cardinale di Santa Romana Chiesa).