25 gennaio 2021

«Salvaci dalla dannazione eterna»

 Che fine ha fatto il dogma dell’inferno?

 25 gennaio 2021, Conversione di San Paolo

 

Dannati all’Inferno, San Brizio (Cappella Nova), Duomo di Orvieto

Nel giorno della Conversione di San Paolo pubblichiamo un articolo scritto negli anni scorsi e recentemente trasmessoci, constatando con dolore un ulteriore peggioramento della situazione generale. Il Concilio Vaticano Terzo del Card. Martini infatti - l’abusivo Concilio Vaticano Terzo, spalleggiato dal mondo e non combattuto o non combattuto adeguatamente dalla gerarchia - ha potuto dilagare per decenni nella Chiesa ed oggi è asceso al vertice umano di Essa (NdR).

 

***

 

«[Oggi] il mondo si trova inghiottito terribilmente nella palude di un secolarismo che vuole creare un mondo senza Dio; di un relativismo che soffoca i valori permanenti e immutabili del Vangelo e di un’indifferenza religiosa che resta imperturbabile di fronte ai beni superiori e alle cose che riguardano Dio e la Chiesa. […] Alcuni mesi prima della sua elezione al Soglio Pontificio, il cardinale Karol Wojtyla diceva: “Ci troviamo oggi di fronte al più grande combattimento che l’umanità abbia mai visto. Non penso che la comunità cristiana l’abbia compreso totalmente. Siamo oggi davanti alla lotta finale tra la Chiesa e l’Anti-Chiesa, tra il Vangelo e l’Anti-Vangelo”. Una cosa è tuttavia certa: la vittoria finale appartiene a Dio e ciò si verificherà grazie a Maria, la Donna della Genesi e dell’Apocalisse che combatterà alla testa dell’esercito dei Suoi figli e figlie contro le forze del nemico, di Satana, e schiaccerà la testa del serpente» (Cardinale Ivan Dias, come Legato Pontificio, omelia a Lourdes dell’Immacolata 2007).

 

La gnosi (madre di tutte le eresie, dei poteri occulti…) «non ha, da un certo punto di vista, difficoltà a insinuarsi nel pensiero cattolico, anche a livello superiore. […] Aldo Natale Terrin, indagando il postmoderno, sostiene che la Chiesa odierna vivrebbe nell’accettazione di una doppia appartenenza: poter essere cattolica (ma in che modo?) e altro nello stesso momento, vantando di accedere ormai impunemente ad altre fonti. Non solo sarebbe accettata nel suo interno ai vari livelli, ma la doppia appartenenza farebbe parte della proposta stessa della Chiesa all’uomo contemporaneo: è un patto tacito, interno ed esterno» (Un docente dell’ “Università del Papa”, intervista a 30 giorni di maggio 2003).

 

I pericoli che un grande porporato (che morì «triste» e con «un grande rimorso») annotò a margine del Vaticano II, come collegati al prevalente orientamento conciliare. Nel clima immediatamente seguente l’allocuzione Gaudet Mater Ecclesia, «un’aria di evidente e concitato malessere», l’autorevole testimone vide e previde: il «gettare in una zona oscura i grandi problemi dell’ortodossia», in nome del «pastoralismo» dato erroneamente per necessità; la «formazione di due punti di pressione (biblica-razionalista, misticismo a tendenza carismatica)» che tendono a «eliminare» la sana dottrina; la tendenza a «rispondere a un mondo ateizzato sulla trincea protestante» (Benny Lai, Il Papa non eletto. Giuseppe Siri cardinale di Santa Romana Chiesa).

                              

30 novembre 2020

Fratelli tutti: verso il nuovo comunismo "ecclesiale”?

Leone XIII risponde in “Quod apostolici muneris

30 novembre 2020, Sant’Andrea Apostolo



È noto che è in voga una nuova forma di “socialismo ecclesiale” che distilla il peggio degli errori della Rivoluzione francese, del socialismo e del comunismo, mettendo il nome cristiano al servizio del mondialismo massonico e rileggendo addirittura la storia della salvezza in chiave da ambientalismo à la page. Basta leggere i titoli del quotidiano dei Vescovi italiani, Avvenire, alla pubblicazione del documento “Fratelli tutti”.

Per rispondere ai nostri lettori sul tema evocato, vorremmo, prima di entrare nello specifico di certi argomenti, proporre una lettura poco nota di Leone XIII, la quale ci sembra di grande efficacia e di carattere quasi divulgativo oltre che di gustosa lettura: l’enciclica “Quod Apostolici muneris”. Tale documento - indubitabilmente magisteriale rispetto a tante esternazioni di oggi di dubbia autorità - è più snello della pur importantissima e fondamentale enciclica Rerum Novarum ed appare non solo una solida ed accessibile base per impostare le successive discussioni in materia di filosofia politica, ma si distingue anche per i modi schietti d’esposizione. La distanza abissale da quei testi cui ci ha abituato l’attuale situazione ecclesiale appare in tutta la sua evidenza, indicandoci anche lo stile che sarebbe opportuno adottassimo in tale battaglia per un’intelligenza cristiana delle cose, chiamando i nemici della Chiesa col loro nome. Contro la decomposizione del pensiero, cui ci ha abituato il modernismo in fase terminale, coi suoi testi privi di nerbo logico e di una qualsivoglia architettura del discorso, è un documento che aiuta a strutturare il proprio pensiero sulla verità per poi valutare la critica all’errore, anche nella sua evoluzione contemporanea. E ciò anche tenuto conto di quell’anguilla che è il modernismo, il quale non sempre si lascia afferrare.

 

La Redazione di “Disputationes Theologicae

 

 

QUOD APOSTOLICI MUNERIS

LETTERA ENCICLICA 
DI SUA SANTITÀ
LEONE PP. XIII

 

Già dall’inizio del Nostro Pontificato, secondo quanto richiedeva la natura dell’Apostolico ministero, con Lettera enciclica a Voi indirizzata, Venerabili Fratelli, segnalammo la micidiale pestilenza che serpeggia per le intime viscere della società e la riduce all’estremo pericolo di rovina; indicammo contemporaneamente i rimedi più efficaci per richiamarla a salute e per salvarla dai gravissimi pericoli che la sovrastano. Ma nel giro di poco tempo crebbero talmente i mali che allora deplorammo, da sentirci ora costretti a rivolgervi di nuovo la parola, come se alle Nostre orecchie risuonasse la voce del Profeta: "Grida, non darti posa; alza la tua voce come una tromba" (Is 58,1). Comprendete facilmente, Venerabili Fratelli, che Noi parliamo della setta di coloro che con nomi diversi e quasi barbari si chiamano Socialisti, Comunisti e Nichilisti, e che sparsi per tutto il mondo, e tra sé legati con vincoli d’iniqua cospirazione, ormai non ricercano più l’impunità dalle tenebre di occulte conventicole, ma apertamente e con sicurezza usciti alla luce del giorno si sforzano di realizzare il disegno, già da lungo tempo concepito, di scuotere le fondamenta dello stesso consorzio civile. Costoro sono quelli che, secondo le Scritture divine, "contaminano la carne, disprezzano l’autorità, bestemmiano la maestà" (Gd 8), e nulla rispettano e lasciano integro di quanto venne dalle leggi umane e divine sapientemente stabilito per l’incolumità e il decoro della vita. Ai poteri superiori (ai quali, secondo l’ammonimento dell’Apostolo, conviene che ogni anima si tenga soggetta, e che da Dio ricevono il diritto di comandare) ricusano l’obbedienza e predicano la perfetta uguaglianza di tutti nei diritti e negli uffici. Disonorano l’unione naturale dell’uomo e della donna, rispettata come sacra perfino dai barbari, e indeboliscono e anche lasciano in balìa della libidine il vincolo coniugale per il quale principalmente si mantiene unita la società domestica. Presi infine dalla cupidigia dei beni terreni, che "è radice di tutti i mali, e per amore della quale molti hanno traviato dalla fede" (1Tm 6,19), impugnano il diritto di proprietà stabilito per legge di natura, e con enorme scelleratezza, dandosi l’aria di provvedere e di soddisfare ai bisogni e ai desideri di tutti, si adoperano per rubare e mettere in comune quanto fu acquisito o a titolo di legittima eredità, o con l’opera del senno e della mano, o con la frugalità della vita. Rendono pubbliche queste mostruose opinioni nei loro circoli; le consigliano nei libercoli; le diffondono nel popolo con un mucchio di gazzette. Pertanto si è accumulato tanto odio della plebe sediziosa contro la veneranda maestà e l’impero dei Re, al punto che scellerati traditori, sdegnosi di ogni freno, più volte a breve intervallo di tempo, con empio ardimento rivolsero le armi contro gli stessi Sovrani.

29 settembre 2020

La profezia di minaccia o condizionata

Il potere enorme della libera volontà e della penitenza


29 settembre 2020, San Michele Arcangelo


La distruzione di Sodoma


Iddio conosce il futuro e può liberamente scegliere di rivelare eventi futuri, ivi comprese le catastrofi che possono abbattersi sul mondo, lo ha fatto in passato sia nella Rivelazione pubblica (si pensi alla distruzione di Gerusalemme, alla strage e alla dispersione del popolo ebraico, profetizzate da Gesù e puntualmente realizzatesi nel 70 d. C.) o nella Rivelazione privata (si pensi a quanto annunciato a Fatima e già puntualmente realizzatosi, come la fine della Prima Guerra mondiale e lo scoppio della Seconda, la diffusione dei funesti errori del Comunismo e quanto ancora non è giunto a compimento, come il Terzo Segreto).

Il piano della Provvidenza non disdegna affatto di aggiungere alla cosiddetta Rivelazione pubblica - la Tradizione e la Scrittura - le Rivelazioni private autentiche, che possono contenere anch’esse degli avvertimenti per la Chiesa o per le nazioni perché si rimettano sulla retta via. Così fa spesso Dio nell’Antico Testamento, mettendo in guardia Israele per la sua infedeltà e minacciando il giusto castigo se il popolo non si converte. In alcuni casi quindi l’avvenimento profeticamente annunziato si distingue dalla sua realizzazione effettiva, senza che ciò significhi che la predizione è falsa. Questa precisazione si rende particolarmente necessaria in un’epoca che conosce degli avvertimenti profetici anche autorevolmente approvati dalla Chiesa. Un’epoca inoltre che - per la sua grave infedeltà - è oggettivamente e tragicamente meritevole di castighi sia nel mondo che nella Chiesa. E, se da un lato ci può essere la tendenza razionalista a disprezzare le profezie e gli avvertimenti del Cielo ignorandoli orgogliosamente, dall’altro può svilupparsi una tendenza a rassegnarsi passivamente ad futuro imminente castigo, nella convinzione dell’ineluttabilità delle pene annunciate. Razionalismo e indifferentismo da un lato, soprannaturalismo disordinato e pigrizia spirituale dall’altro, concorrono, per vie diverse, a negare la cooperazione alla salvezza che Dio chiede al nostro libero arbitrio.

In questo articolo vorremmo offrire una breve spiegazione della distinzione fra i diversi tipi di profezia secondo San Tommaso, soffermandoci proprio sulla profezia di minaccia, messa in relazione al piano della misericordiosa Provvidenza di Dio, perché risalti tutto il potere che Dio affida alla nostra libera volontà nello stornare o nel ridurre i castighi ed emerga quindi tutta la responsabilità di ciascuno di noi, non solo dei grandi prelati o dei governanti in genere, ma anche del più piccolo dei fedeli.



Profezia di prescienza e profezia di minaccia

San Tommaso d’Aquino nella Summa Theologiae, alla questione 174 della Secunda Secundae, dopo aver affrontato la natura, la causa e il modo della conoscenza profetica, si occupa dei diversi tipi di profezia. Nel corpus del primo articolo1 afferma che vi sono profezie che descrivono l’avvenimento futuro così come esso avverrà con assoluta certezza, e vi sono altre profezie che descrivono quel che l’infallibile scienza divina rivela non tanto sulla sicura realizzazione dell’evento, quanto sull’ineluttabile rapporto fra causa ed effetto2.

San Tommaso tanto nella Summa Theologiae che nel De Veritate parla nel dettaglio di tre tipologie di profezia: di predestinazione, di prescienza, di minaccia. Quando Dio rivela degli eventi che si compiranno per opera della sola potenza divina, come la Risurrezione di Lazzaro o il concepimento verginale di Cristo3, sta rivelando degli eventi che “non dipendono da noi” ma da Lui solo, si ha la profezia di predestinazione. Il termine stesso di predestinazione sottolinea il fatto che è Dio che “prepara” e non un'altra causa, le libere scelte degli uomini non sono coinvolte direttamente nel compimento di tali cose, Dio “destina” e stabilisce alcuni eventi appunto4. Vi sono poi degli eventi futuri che, pur essendo legati al libero arbitrio dell’uomo, vengono rivelati da Dio esattamente così come si compiranno. E ciò non già per una forma di “predestinazione”, non già perché Dio ha stabilito così, Egli non condiziona le volontà al bene o al male. Dio, conoscendo da tutta l’eternità quel che il libero arbitrio dell’uomo sceglierà, può rivelarne le conseguenze così come effettivamente avverranno. Dio vede passato presente e futuro in un solo sguardo, rivela quindi quell’avvenimento futuro - che è “futuro” solo per la conoscenza di noi uomini - così come effettivamente si realizzerà, ma l’evento si realizzerà in ragione di una libera scelta dell’uomo. E’ questa la profezia di prescienza, che sarebbe più corretto chiamare di “scienza” perché in Dio non c’è un “pre-conoscere”, un “conoscere in anticipo”, ma solo un “conoscere”5. La chiamiamo di “pre-scienza” solo per meglio distinguerla, tenendo conto del nostro tipo di conoscenza che è nel tempo e nella successione.

Vi è poi anche un altro tipo di profezia, ed è appunto quello cui facciamo particolare riferimento, ed essa non è la descrizione dell’evento fausto o infausto come effettivamente si produrrà, ma è la rivelazione del fatto che in presenza di determinate condizioni il futuro sarà ineluttabilmente in un determinato modo. Perciò la si può chiamare profezia “di minaccia” o “condizionata”. La sua realizzazione non è per forza di cose quel che viene “minacciato”, ma l’esito dipende dagli uomini e dalle loro scelte. In questo caso Dio non rivela contestualmente quale sarà la libera scelta degli uomini, ma rivela solo che se gli uomini persisteranno in quella condotta (causa), la punizione sarà ineluttabilmente quella annunciata (effetto). Scrive l’Aquinate : “E in tal modo s’intende la profezia di minaccia: la quale non sempre si compie, ma per mezzo di essa si preannunzia il rapporto di causa e effetto6. Dio rivela solo, appunto, il rapporto causa-effetto.

Se quella situazione perdura, tale sarà l’esito perché tale è l’orientamento : “Quando la rivelazione fatta al profeta non riguarda se non l’ordinazione delle cause, si parla di profezia di minaccia. In effetti, in questo caso null’altro è rivelato al profeta se non questo: tenuto conto di ciò che ora esiste, tale persona si orienta verso questa cosa o verso quest’altra7.

Citiamo alcuni esempi: 1) Profezia di predestinazione. Il fatto che Dio avesse scelto che il Salvatore sarebbe nato da una Vergine per la salvezza di tutti, viene annunciato ai profeti e si realizzerà indipendentemente dalla condotta di Israele. E’ quel che Dio ha “destinato”. 2) Profezia di prescienza. La profezia della distruzione di Gerusalemme avverrà con certezza, tuttavia essa non è “ineluttabilmente predestinata”, ma dipende dal rifiuto volontario di Cristo da parte del popolo eletto, essa è legata alla libera volontà d’Israele che Dio conosce, pur senza condizionare, e che rivela in anticipo. 3) Profezia di minaccia. Vi sono profezie il cui esito è rivelato in maniera solo condizionata: “se non farete penitenza, perirete tutti” (Lc 13,5). C’è un “se”, non tutti periremo se faremo penitenza. C’è una minaccia che scaturisce dalla misericordia di Dio, che desidera il bene e minaccia la punizione con largo anticipo, dando la possibilità di emendarsi.

Quindi se la profezia non si verifica non era falsa, ma l’esito della minaccia non si è verificato perché sono cambiati gli orientamenti degli uomini, quindi la profezia si compie sempre perfettamente anche nell’altro caso: gli uomini essendosi convertiti non saranno puniti, quella condizione di colpa venendo meno, viene meno anche il castigo rivelato da Dio e che ad essa era, questo sì, “ineluttabilmente” collegato. Dio non ha "mutato consiglio", se ha legato quella causa a quell’effetto e ha così annunciato agli uomini, questo legame non muterà: “la profezia di minaccia ha assolutamente un’immutabile verità: non riguardo agli avvenimenti delle cose, ma in merito all’ordine delle cause all’evento e che ci sia quest’ordine predetto dal profeta è cosa necessaria sebbene in certe occasioni l’evento non si produca8.

A volte quindi la minaccia non si avvera, ma ciò non può avvenire perché Dio “ha cambiato idea”, come certo modernismo panteista ed evoluzionista affermerebbe. Dio non muta e Dio non inganna gli uomini, e se un castigo - come l’eterna dannazione per il peccatore che muore impenitente - è annunziato, avverrà così. Dio “non muta consiglio” dice San Tommaso9, ma può e vuole “mutare la sentenza”, ovvero vuole e favorisce che gli uomini cambino, in guisa tale che la sentenza di condanna possa essere ritirata o attenuata, perché l’ordine delle cose da Lui stabilito ha una verità immutabile, mentre mutabili sono le creature e l’orientamento delle loro volontà10. E Dio tiene conto di questo mutabilità, che implica anche il possibile miglioramento e quindi una sentenza mitigata11 laddove non c’è ostinazione.


Altri quaranta giorni e Ninive sarà distrutta

Fu rivolta a Giona una seconda volta questa parola del Signore”: «Alzati, và a Ninive la grande città e annunzia loro quanto ti dirò». Giona si alzò e andò a Ninive secondo la parola del Signore. […] «Ancora quaranta giorni e Ninive sarà distrutta». I cittadini di Ninive credettero a Dio e bandirono un digiuno, vestirono il sacco, dal più grande al più piccolo.[…] Dio vide le loro opere, che cioè si erano convertiti dalla loro condotta malvagia, e Dio si impietosì riguardo al male che aveva minacciato di fare loro e non lo fece” (Gio 3, 1-10).

Dio “è lento all’ira” dice il Libro dell’Esodo (34, 6), anche perché laddove la malizia degli uomini avesse ampiamente e ostinatamente meritato il castigo, la sua ira diverrebbe implacabile. E lo sarà tanto di più quanto più ci avrà avvertito, quanto più sarà venuto a cercarci “una seconda volta”. Dopo tanti avvisi inoltre il castigo sarebbe doppiamente meritato, primo per la condotta in sé malvagia e secondo per l’ostinazione ai suoi ammonimenti. Ed è proprio questa la logica dottrinale dei castighi minacciati, non ultimo dalle Apparizioni mariane autentiche del Novecento, Fatima in primis.

Dio ha legato al nostro libero arbitrio quel premio o quel castigo, poiché incontrovertibile è il nesso fra il castigo e l’ammonimento, al punto tale che qualora il castigo si dovesse realizzare non potremo dire che è avvenuto per altre cause. Così è per i dannati nell’Inferno, li rode quel tarlo che ripete loro “se brucio eternamente quaggiù è per causa mia”.

Quindi se l’attuale situazione nella Chiesa e nel mondo intimorisce - giustamente - anche in ragione di quanto annunciato dalle profezie approvate dall’autorità ecclesiastica e la cui realizzazione sembra vicina proprio per l’ostinazione delle nostre volontà, lungi dallo scoraggiarsi o dal rassegnarsi solo all’attesa degli eventi, resta un rimedio per tutti. Fare come gli abitanti di Ninive e non come quelli di Sodoma. C’è un’attività che tutti possiamo esercitare in qualsiasi situazione, ed è quella della conversione permanente perché quei castighi, inesorabilmente promessi se gli uomini persistono nel rifiuto della legge divina, possono altrettanto inesorabilmente essere evitati o ridotti proprio per quel citato rapporto causa-effetto, poiché come dice l’adagio rimuovendo la causa si rimuove l’effetto (remota causa removetur effectus).

In più va ricordato in proposito proprio a tali minacce profetiche, che Dio pur non “mutando consiglio” non vincola la sua clemenza a calcoli da razionalismo matematico. E anche la Scrittura ci ricorda che non richiede in strettissima giustizia la conversione di tutto il popolo perché esso non sia punito, ma - quando la conversione del Capo e con esso di tutta la società sembra impossibile - apprezza anche la conversione e l’offerta di quei pochi che vogliono offrirsi. Il dogma della Comunione dei Santi fa sì che quei benefici guadagnati da pochi si riversino su tutti. Così intercedeva Abramo per Sodoma (Gn 18, 20-33): «Se vi saranno cinquanta giusti in questa città periranno anch’essi? Non risparmierai tu la città se vi si troveranno?” (…) Gli rispose il Signore:Se troverò in Sodoma, in tutta la città cinquanta giusti, perdonerò in grazia di loro a tutta la città”. Ed Abramo continuò: “[…] che farai se sono cinque meno di cinquanta? Se sono quarantacinque distruggerai tutta la città?”. Disse il Signore: “Non la distruggerò se ve ne trovo quarantacinque». Ed Abramo insiste, se fossero solo quaranta, se fossero solo trenta e se fossero solo venti? E ad ogni volta risponde il Signore che “per amore di quei giusti non distruggerà la città” ed infine “Ti supplico Signore non t’adirare se parlo ancora una volta. E se fossero solo dieci?”. Disse: “per quei dieci non la distruggerò”. Ma Sodoma non ascoltò.


Don Stefano Carusi




1 San Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae (S. Th.), IIa IIae, q. 174, a. 1, c.

2 Ibidem.

3 In merito alla volontarietà della risposta della Madonna e al Suo ruolo nell’Incarnazione, cfr. San Tommaso d’Aquino, De Veritate (De Ver.), q. XII, art. 10, ad 6.

4Unde et praedestinatio quasi quaedam Dei praeparatio dicitur, hoc autem praeparat quod facturus est ipse, non quod alius”, Ibidem.

5 Ibidem, ad 2.

6 S. Th., IIa IIae, q. 174, a. 1, c.. “Et sic accipitur prophetia comminationis: quae non semper impletur, sed per eam praenuntiatur ordo causae ad effectum”.

7Cum ergo fit prophetae revelatio solummodo de ordine causarum, dicitur prophetia comminationis: tunc enim nihil aliud prophetae revelatur nisi quod secundum ea quae nunc sunt talis ad hoc vel illud est ordinatus”, De Ver., q. XII, art. 10, c. Secondo la traduzione di Padre Bonino: «Lors donc que la révélation faite au prophète ne porte que sur l’ordination des causes, on parle de prophétie de menace. en effet, dans ce cas il n’est rien révélé au prophète que ceci: compte tenu de ce qui existe maintenant, telle personne s’oriente vers ceci ou vers cela», Thomas d’Aquin, Questions Disputées sur la vérité, Question XII La Prophétie (De Prophetia), Paris 2006, p. 141.

8 De Ver., q. XII, art. 11, ad 2.

9 De Ver., q. XII, art. 11, ad 3.

10 Ibidem.

11Pronior est ad relaxandum poenam quam ad subthraendum promissa beneficia”, S. Th., IIa IIae, q. 174, art. 1, ad 2.

31 luglio 2020

Vaticano II: “Di che Magistero si tratta?”

Senza dimenticare il “Vaticano Terzo”…

31 luglio 2020, Sant’Ignazio di Loyola

Mons. De Castro Mayer


Un lettore ci ha scritto, a seguito di recenti dibattiti, chiedendo la nostra posizione in merito all’ “interpretazione” del Vaticano II. Avendo ben presente che siamo ormai all’applicazione pratica e diffusa di quel “Vaticano Terzo” tanto invocato dagli ambienti martiniani e sapendo che una lettura in tutta la sua ampiezza dell’attacco satanico alla Chiesa, oltre al pur problematico Concilio Vaticano II, impone anche un’analisi attenta dei problemi già esistenti “prima” e di certe derive massimaliste diffusesi “dopo”, che non si identificano per forza di cosa con esso, rispondiamo volentieri alla questione sollevata proponendo alcuni nostri articoli.

Invitiamo a rileggere attentamente i due interventi che pubblicò sulla nostra rivista Mons. Gherardini nel 2009 e nel 2011, i quali, seppur pubblicati una decina d’anni or sono, non hanno perduto in attualità. E’ appunto da un suo scritto che proviene la domanda contenuta nel titolo: “Di che Magistero si tratta?”, fondamentale punto di partenza per ogni successivo approccio ad un eventuale lavoro di critica teologica e di disamina dei documenti.

Pubblichiamo altresì la nostra proposta che chiamammo di “terza via” la quale avrebbe dovuto essere quella dell’IBP del 2006, cui aderimmo alla fondazione e che - dopo il tradimento di tali ideali e la scelta di arrendersi - vive oggi nella Comunità “San Gregorio Magno”. In calce un omaggio a Mons. De Castro Mayer, ingiustamente dimenticato, ed al suo intervento su Dignitatis Humanae, corredato da una sua nota sul “valore magisteriale” di detto documento.

La Redazione di Disputationes Theologicae



Interventi di Mons. Brunero Gherardini:

Chiesa-Tradizione-Magistero


La posizione della Comunità “San Gregorio Magno”:

  • La necessità teologica ed ecclesiale di una “terza via”: né vortice “scismatico” né conformismo “allineato”

  1. Parte prima
  2. Parte seconda


Omaggio a Mons. De Castro Mayer:

13 maggio 2020

In morte di Mons. Antonio Livi

Il teologo “non accademico” ricordato nei suoi articoli


13 maggio, San Roberto Bellarmino
anniversario delle apparizioni di Fatima




Mons. Livi ci ha lasciato da ormai circa un mese, chi lo ha conosciuto da vicino sa - come un suo amico ha ricordato di recente - che non avrebbe amato panegirici in suo onore, anche temendo che le parole fossero dettate più dalla circostanza che dal cuore. Era così il Decano di Filosofia dell’Università del Laterano, cui Mons. Gherardini il 14 gennaio 2016 lasciò per iscritto la direzione di Divinitas, eravamo presenti, perché continuasse nello spirito di Mons. Piolanti. Un uomo dal carattere non sempre facile e a tratti schivo, non si fidava mai troppo di chi lo incensava; alcune dure prove della sua vita sacerdotale gli avevano insegnato una pronunciata ritrosia verso gli adulatori, specie se ammantati di parole apparentemente “caritatevoli”. Gli obbediremo quindi, e lo ricorderemo solo con i suoi scritti, come avrebbe voluto: “andate a vedere quel che ho scritto e firmato”. Ed è vero, se lo si vuol conoscere ed apprezzare, ma soprattutto se si vuol capire come vada letta questa crisi straordinaria del pensiero e del pensiero cattolico, si leggano anche i suoi scritti. Riporteremo quindi in calce tutti gli articoli che hanno segnato la sua collaborazione con Disputationes Theologicae dal 2012, fino al dilagare del pensiero di Walter Kasper nella Chiesa che gli faceva orrore. Dio sa quanto giustamente.

Un solo strappo ci concediamo a quanto prefissatoci, anche perché, senza nascondere che non sempre ci siamo trovati d’accordo, nella fattispecie ci riteniamo abbastanza immuni dai citati rischi: un elogio della sua ripugnanza verso la “mediocrità accademica”, specie in questi ultimi anni di vita in cui volle dare un orientamento più determinato a certe scelte. Si badi bene, non stiamo parlando delle scarse capacità intellettuali del tale teologo o filosofo, anzi, non ricordiamo su tale punto una particolare asprezza da parte sua nemmeno davanti a certe nullità salite in cattedra. Ma parliamo di quella che è vera mediocrità, specie nell’uomo di Chiesa che dovrebbe insegnare, perché è vera tiepidezza. “Si doctus es doce nos” avrebbe detto San Bernardo. Chi più sa, chi più ha capito - specialmente in merito a questa peste che infetta e fiacca oggi la Chiesa - più deve parlare. Anzi deve gridare dai tetti, certo secondo l’opportunità dei casi e le capacità del singolo, ma c’è un dovere di testimonianza di cui ci sarà chiesto conto. Per quel che ricordiamo questo Mons. Livi l’ha fatto, pagandone lo scotto, specie negli ultimi anni in cui il suo grido s’era fatto più deciso e ruggente che in passato, anche vedendo quel che la tiepidezza dei “cani muti” di Isaia aveva prodotto. Andava a tenere conferenze laddove c’erano “quattro gatti”, come diceva lui, nel tal paese sperduto, organizzate magari da quell’associazione che non era per forza di cose nelle grazie di certi potentati curiali, e - davanti a quel pubblico spesso poco avvezzo ai distinguo tomisti - adattava i suoi interventi. E ciò perché quel popolo, forse ignaro di distinzioni filosofiche, ma desideroso di restare fedele alla Chiesa, potesse essere messo in guardia dai pericoli di certe suadenti dottrine, intrise di quell’eresia che è strada maestra verso il fuoco eterno. A questo pensava, specie ultimamente, all’essenziale. Lui, l’accademico vero. Mentre sarebbe stato gioco facile nascondersi dietro la più dotta e forbita distinzione teologica o di scuola - di cui sarebbe stato capace e che magari molti dei suoi avversari non avrebbero nemmeno capito… - e così immergersi in certo equilibrismo d’accademia, che in fondo vuole evitare di scegliere tra Cristo e Beliar, lì lui attaccava i nemici della Dottrina con una foga anche verbalmente impetuosa. E li chiamava per nome, cognome e titolo accademico o gerarchico, per metter in guardia i più deboli. 


Questa è “grandezza accademica” e questo ci premeva ricordare, prima di lasciar la parola ai suoi scritti. Da quaggiù noi preghiamo per l’anima di Mons. Livi e che lui interceda anche per tutti quegli studiosi cattolici di buona dottrina, e ce ne sono anche se talvolta nascosti, perché sappiano portare onus et honor dell’essere vero accademico cattolico in questi tempi d’imperante apostasia.


Don Stefano Carusi




Gli scritti che Mons. Antonio Livi ha pubblicato nella nostra rivista:


Sulla Comunione ai Protestanti:


“Amoris Laetitia”. Mons. Livi parla ai penitenti e ai confessori:



Sull’eresia delle teorie eucaristiche di Kasper:



Sulle eresie ecclesiologiche di Küng:


Per il rilancio della filosofia perenne:


Sull’incompatibilità tra teologia cattolica e filosofia hegeliana: