28 dicembre 2018

Segreto di Fatima

Le precise domande cui Roma non risponde

28 dicembre 2018, Santi Innocenti martiri

 

Pubblichiamo il testo della lettera inviata il 26 settembre 2018 (ed inoltrato nuovamente l’8 dicembre scorso) con la quale abbiamo rivolto alcune domande di chiarimenti specifici alla Rev.ma Congregazione per la Dottrina della Fede senza ricevere alcuna…smentita. 

Invitiamo ciascun lettore ad inviare anch’egli, cooperando ad avere risposta esplicita, il presente testo al seguente indirizzo:


Rev.ma Congregazione per la Dottrina della Fede
Palazzo del Sant’Uffizio
00120 - Città del Vaticano



Chiediamo a codesta Rev.ma Suprema Congregazione:

  • Se Suor Lucia Dos Santos, veggente di Fatima, abbia mai redatto uno scritto collegato al Terzo Segreto ed esplicativo della visione, uno scritto che ne abbia ad oggetto il significato ovvero l’interpretazione. 
  • Se il testo del Terzo Segreto di Fatima è stato scritto soltanto una volta oppure, in qualche modo, più volte.
  • Quali siano le «alcune aggiunte fatte nel 1951» - secondo l’asserto del Cardinale Angelo Amato, già Segretario di codesta Congregazione, a un Convegno e su l’Osservatore Romano del 7 maggio 2015 - da Suor Lucia alle «prime due parti» del Segreto.

In filiale fiducia che non si opponga il muro del silenzio a quesiti posti all’Autorità ecclesiastica, ringraziamo per la cortese attenzione assicurando fervide preghiere.


Don Stefano Carusi
    Abbé Louis-Numa Julien
    Abbé Jean-Pierre Gaillard
    kl. Lukasz Zaruski

24 ottobre 2018

Benedetto XVI nel 2017 ha impartito la Benedizione Apostolica?!?

Note sulla recente corrispondenza con il Card. Brandmüller

24 ottobre 2018, San Raffaele Arcangelo



Nel bel mezzo di una delle tempeste più violente che stanno travolgendo l’attuale situazione ecclesiale, in maniera chiaramente non fortuita, sono apparse sulla stampa due lettere che Benedetto XVI ha scritto al Card. Brandmüller nel novembre 2017 e la cui autenticità sembra essere fuori discussione. Alcuni dei nostri lettori ci hanno chiesto un commento che non si limitasse alla superficie - o al dibattito ideologico cui abbiamo assistito -, ma che analizzasse il messaggio che Papa Benedetto, come più volte lo ha chiamato anche Francesco, ha lanciato e rilanciato specialmente in merito alla nozione di “Papa emerito” (non ancora chiarita) ed alle circostanze delle rinuncia cui si fa allusione con un parallelo sconcertante (la prigionia nazista, eventualmente prevista da Pio XII). Della questione in generale ci occupammo nel giugno 2016 (Che tipo di “dimissioni” sono quelle di Benedetto XVI?), articolo cui rinviamo e che sembra trovare conferme in queste rivelazioni del 2017, in cui tornano i riferimenti a titoli che un rinunciatario al Papato non dovrebbe più avere e a un potere che non potrebbe più esercitare. 


Nella lettera del 9 novembre 2017, rispondendo ad una critica del Card. Brandmüller sul fatto che “la costruzione di Papa emerito [è] una figura che non esiste nella totalità della storia della Chiesa”, Papa Benedetto non nega trattarsi di una novità, ma quasi si interroga lui stesso e quasi chiede anche l’avviso dell’interlocutore, noto storico della Chiesa. Fa poi un parallelo - appunto assai inquietante - con Pio XII e la sua previsione della prigionia da parte dei nazisti. Papa Pacelli previde infatti un suo ritorno al cardinalato non appena fosse stato fatto prigioniero. A questo punto Papa Ratzinger scrive: “Se questo semplice ritorno al Cardinalato sarebbe stato possibile, non lo sappiamo”. In questo passaggio a nostro avviso non si sta parlando di una impossibilità metafisica - chiunque sappia un po’ di teologia o di storia della Chiesa sa che ciò è possibile -, ma sembra quasi che Papa Ratzinger stia dicendo che colui che rinuncia al Sommo Pontificato potrebbe non avere poi nessun potere sul ruolo e sull’eventuale giurisdizione che il rinunciatario può attribuire a se stesso. “Rinominare” al cardinalato potrebbe spettare in effetti solo al successore. E ci sembra che il dubbio teologico-canonico invocato verta proprio su questa eventuale “competenza esclusiva” del successore sul Cardinalato del predecessore.


Ma Papa Ratzinger va oltre e - nel passaggio successivo della citata lettera - fuga ogni dubbio sul fatto che egli sia “ridiventato” solo un Cardinale: “Nel mio caso, sicuramente non avrebbe avuto senso semplicemente reclamare un ritorno al Cardinalato”. Viene addotta una ragione mediatica che, di per sé, non sembra molto cogente; forse le ragioni profonde dell’impossibilità del semplice ritorno al Cardinalato sono infatti anche altrove. O forse si paventavano devastanti campagne mediatiche.


4 agosto 2018

Il Card. Dario Castrillon Hoyos

Da qualche aneddoto un suo ricordo

5 agosto 2018, Madonna della Neve

Il pontificale in Santa Maria Maggiore


Il Cardinal Castrillon si è spento il 17 maggio scorso. Tra i tanti incarichi per anni fu responsabile della Pontificia Commissione “Ecclesia Dei” e in tale occasione avemmo modo di conoscerlo, di apprezzarne le qualità, di ricevere da lui indicazioni di sincero aiuto ed anche di dissentire su alcuni punti. Se è vero che restava un uomo di Curia di un certo periodo storico, è anche vero che colpiva in lui quel suo fare diretto, immediato, senza affettazione cortigiana. Era grande conoscitore - e spesso tessitore - di quella tela politica che è anch’essa parte della vita della Chiesa Romana, ma non ricordiamo che con noi abbia indossato “la maschera del potere”. Anche il suo fisico robusto indicava l’uomo concreto che aveva conosciuto le asprezze del ministero rurale, in un’epoca in cui gli spostamenti non erano facili. In quell’incontro internazionale del clero che avvenne in Colombia nel 1998 in preparazione all’Anno Santo, salì a cavallo e fece quasi un rodeo, mostrando che cavallerizzo era ancora alla sua veneranda età; scendendo dalla sella prese il microfono e disse ai sacerdoti presenti che aveva dovuto imparare a cavalcare quando l’unico mezzo perché il sacerdote raggiungesse certi centri isolati era il cavallo. E terminò dicendo ai confratelli “vi auguro di usare tutti i mezzi possibili per portare Gesù Cristo”. Ecco com’era il Card. Castrillon e questo suo spirito non poteva non riflettersi nella direzione della Commissione “Ecclesia Dei”, compito non certo facile anche perché non tutte le scelte dipendevano da lui, più forze facevano pressione nel senso delle restrizioni e talvolta del vero e proprio abuso canonico ed ecclesiale. Non scordiamo che ostilità vennero espresse anche da parte dell’Osservatore Romano, ne parlammo in un articolo nel febbraio 2011 (L’osservatore Romano attacca la“Dominus Jesus” e l’“Ecclesia Dei”?).

Per quel che possiamo testimoniare ricordiamo in lui un uomo di mediazione, che soprattutto nel tanto avversato pontificato di Benedetto XVI seppe difendere alcune scelte non senza determinazione e autorevolezza. Su più punti non si può dire che avessimo le stesse posizioni, ma va riconosciuto che in merito alla Messa, che lui chiamava spesso “gregoriana”, ebbe anche parole belle e coraggiose. Parole e atti. Perché fu lui in quel 24 maggio 2003 a celebrare in Santa Maria Maggiore quel famoso pontificale; oggi in molti l’hanno scordato, ma ci voleva coraggio all’epoca, e lui lo ebbe. Si potrà anche legittimamente discutere degli intenti di “recuperare i tradizionalisti”, alcuni parlarono anche - non senza una certa miopia ideologica - solo di “inganno” o “specchietto per le allodole”, ma resta il fatto incontrovertibile che pochi altri Cardinali - specialmente Prefetti di Congregazione e tantomeno un “papabile” - avrebbero osato indossare quei paramenti, per quel rito, in quella basilica, in quei tempi.

A tal proposito era anche autoironico e scherzoso, non arrossiva di citare sorridendo l’epiteto di “squalo” che Mons. Williamson gli aveva affibbiato, poi con bonomia aggiungeva che in fondo per la sua abilità politica se l’era meritato; ma riconosceva al contempo che - seppur da un fronte lontano -  quel Vescovo della Fraternità nei suoi confronti era onesto sia in pubblico che in privato, arrivando a dire che per un certo verso era, paradossalmente, quello dei quattro Vescovi della FSSPX che aveva meno una mentalità scismatica.       

Fu sotto il suo mandato che venne riconosciuta ad una Società “l’esclusività del rito tradizionale” e - da galantuomo - tenne fede ai patti: sotto la sua presidenza quell’accordo non fu mai messo in discussione, malgrado le pressioni dall’alto e malgrado la disponibilità a svenderlo proprio da parte di chi avrebbe dovuto difenderlo. E fu lui che sul Concilio Vaticano II ripeteva - semplificando volontariamente - che i passaggi conciliari potevano distinguersi in tre tipologie, la prima conteneva affermazioni condivisibili pienamente da qualsiasi cattolico; la seconda comportava delle ambiguità, ma era possibile interpretarne i contenuti alla luce della Tradizione; la terza tipologia poteva apparire difficilmente conciliabile con la Tradizione e su questi passaggi dovevamo impegnarci – ci disse a voce – ad un uno “studio serio e costruttivo”, ad una “critica seria e costruttiva”. Ed era lui a dirci con forza: “questo è un gran servizio da rendere alla Chiesa” ! Dopo averla approvata, invece di tirarsi indietro come fecero tanti altri, era lui ad incitarci alla “critica costruttiva” e a dirci che sottrarsi a tale compito equivaleva a servire più se stessi che la Chiesa.

Lo sappiamo bene e non vogliamo nasconderlo nemmeno in questa sede: non tutte le scelte che sottoscrisse furono pienamente condivisibili. Il pensiero va al commissariamento del 2000 della Fraternità San Pietro, che costituì un tristissimo e fin troppo imitato precedente. Ma è anche vero che non sempre un Capo Dicastero fa quel che vuole. Ed in più avemmo la netta impressione che la sua gestione successiva fu tale che quasi volle farsi perdonare quell’errore. Avrà certo fatto i suoi sbagli, ma nella direzione dell’Ecclesia Dei rappresentò spesso concretezza e buon senso, dichiarando apertamente che cercava di comporre le situazioni e non di complicarle. Esasperare le situazioni con vessazioni non produce mai buoni frutti. Anzi quando si trattò di trovare mediazioni e dare consigli pratici di sicura utilità, fu sempre disponibile ed affabile, anche quando aveva più d’una ragione per essere in collera…non è sempre colpa “solo della Curia Romana”…

A chi doveva aiutare chiedeva una certa comprensione delle oggettive difficoltà della situazione, che per chi governa non erano sempre d’evidente soluzione. I nemici della Chiesa e del Papa, alcuni dei quali tesero dei veri e propri tranelli anche sfruttando le debolezze mondane di certo tradizionalismo, erano all’opera e ce lo ricordava.

Poi venne la bufera del 2009, che aveva precisi e premeditati bersagli, di cui uno importantissimo… Sulla maniera con la quale fu trattato è lecito dubitare che qualche vendetta si sia abbattuta su di lui, anche per quel suo netto schieramento e quella sua frase nel Conclave del 2005.  

Fu così che la Commissione Ecclesia Dei finì sotto la Congregazione per la Dottrina della Fede, per cui di fatto si ridimensionava il suo ruolo a quello di mediatore con la FSSPX e le sue “dottrine” da sorvegliare. Anche in un recente incontro, senza nascondere quanto la cosa gli avesse fatto male e rivelandoci anche alcuni aspetti dolorosi, lamentava che così facendo la Commissione Ecclesia Dei veniva a trovarsi in posizioni d’estrema debolezza e che il suo ruolo ne risultava alterato e ridotto. Se dovessimo sintetizzare il nostro ricordo parleremmo di un Cardinale coraggioso e fedele agli accordi presi. Pacta sunt servanda e lui con noi non tradì mai la parola data, anche quando era difficile mantenerla.

Che il Signore voglia accorciargli il tempo di purificazione nel Purgatorio e che lui si ricordi d’intercedere per quei sacerdoti che ha incoraggiato ed anche ordinato al sacerdozio, là da dove si trova e da dove vede tutto sotto altra luce.

La Comunità “San Gregorio Magno”

22 giugno 2018

Intervento di Mons. Livi sulla Comunione ai Protestanti

22 giugno 2018, San Paolino di Nola



Intercomunione: 
le false ragioni dottrinali di Kasper


Molto opportunamente, l’arcivescovo di Philadelphia Charles J. Chaput, di fronte all’eco mondiale suscitata dall’intenzione dell’episcopato tedesco di procedere verso una normativa canonica locale che includa la possibilità, anzi la convenienza,  di far accedere alla comunione sacramentale quei protestanti che sono uniti in matrimonio a un coniuge cattolico, ha voluto precisare che la questione non riguarda una singola conferenza episcopale nazionale ma l’intera Chiesa cattolica, ed è una questione che va risolta sulla base della riaffermazione esplicita e senza equivoci del dogma eucaristico. Il vescovo ha dichiarato:

«Chi può ricevere l'eucaristia, e quando, e perché, non sono solo domande tedesche. Se, come ha detto il Vaticano II, l'eucaristia è la fonte e il culmine della nostra vita di cristiani e il sigillo della nostra unità cattolica, allora le risposte a queste domande hanno implicazioni per tutta la Chiesa. Esse riguardano tutti noi. E in questa luce, offro questi punti di riflessione e di discussione, parlando semplicemente come uno dei tanti vescovi diocesani» (Charles J. Chaput, Un modo gentile di nascondere la verità, dichiarazioni registrate dal blog “First Things”, Fonte magister.blogautore.espresso.repubblica.it 25/052018).

Il primo, essenziale «punto di riflessione e di discussione» è evidentemente (Chaput non lo dice, ma lo dico io con sufficiente certezza morale) l’intenzione anti-dogmatica e ultimamene anti-ecclesiale che anima le proposte dei vescovi tedeschi e l’incoraggiamento da essi ricevuto da parte dello stesso papa Francesco quando hanno interpellato il Vaticano su come procedere, sia nella prassi che nella dottrina che dovrebbe giustificarla. Per quanto riguarda papa Bergoglio, a me risulta evidente l’intenzione anti-dogmatica che orienta il suo pontificato; come egli stesso ha esplicitamente dichiarato (cfr l’esortazione apostolica Evangelii gaudium), la strategia di fondo delle sue iniziative pastorali consiste nell’«avviare dei processi» di presa di coscienza di tutta la Chiesa in vista di una sua radicale «riforma». Egli ha sempre detto che la Chiesa cattolica deve diventare «una Chiesa in uscita», «una Chiesa sinodale», capace di portare a compimento il progetto indicato dal Vaticano II per conseguire finalmente l’unità dei cristiani (cfr decreto Unitatis redintegratio, 21 novembre 1964), ma non come il Concilio e i papi del post-concilio avevano indicato – riaffermando cioè che la Chiesa di Cristo «subsistit» nella Chiesa cattolica, con la sua dottrina e i suoi istituti giuridici[1] – ma al contrario eliminando gradualmente e sistematicamente proprio la sua dottrina irreformabilmente definita (i dogmi) e i suoi istituti giuridici fondamentali, visti come ostacolo che finora si è opposto al cammino dell’ecumenismo, in particolare per quanto riguarda i protestanti. Il cardinale Kasper, che in Vaticano ha diretto il Pontificio consiglio per l’unità dei cristiani e con papa Francesco è divenuto il teologo ufficiale della Santa Sede, ha fatto ricorso ai più sottili (anche se ingenui) sotterfugi dialettici per giustificare la rinuncia a mantenere fermi, nel rapporto con i protestanti, il dogma eucaristico e le norme di diritto canonico più volte confermate dall’autorità ecclesiastica competente. Recentemente infatti ha scritto:

31 maggio 2018

Fatima, le novità sul segreto

Verso una ricomposizione della questione? 

[Nel giorno di Maria Regina, 31 maggio 2018, pubblichiamo uno studio scritto un anno fa e pervenuto alla nostra Redazione in questo mese mariano, ndR]

Dalle Marche, 1° marzo 2017
Nel 60°del “sequestro” del Terzo Segreto di Fatima
Nel decennale della Supplica per la sua liberazione
Nell’Anno giubilare delle Apparizioni della Madonna



1 - Introduzione

Il presente saggio fa un po’ le veci, agli inizi del centenario delle più grandi apparizioni mariane della storia, del libro sullo stesso oggetto che era stato programmato (e annunciato) per uscire nell’autunno 2015: una messa a punto, aggiornata agli ultimi anni, del contrastato discorso sul Terzo Segreto di Fatima.

Ringrazio il sacerdote romano che mi aveva dato qualche consiglio circa tale pubblicazione («Chiarezza su Fatima»), della quale esce comunque un riassunto. Naturalmente non riprende da capo le cose già dette su Fatima e il suo Terzo Segreto, ma presuppone la conoscenza (da tempo a disposizione) della materia in generale, della pubblicistica critica sulla sua gestione, delle ricerche, delle conferenze e di tutto il dibattito che in questi anni si è sviluppato. In particolare, si può utilizzare come “testo base”«Non esiste» perché distrutto? (Pro manuscripto, marzo 2012), considerando il presente scritto come sua appendice, con particolare riferimento alle novità (soprattutto provenienti dal Portogallo) del 2014-2015; sulle quali, peraltro, qualcosa in tale biennio è stato già detto.

Da parte “ufficiale” (o ufficiosa o filoufficiale) talvolta si muove l’obiezione, il rimprovero, che l’interesse a Fatima dev’essere costruttivo e quant’altro. È giusto. Trattandosi non di un oroscopo, ma di “profezie condizionate” all’agire degli uomini. Anche chi scrive, e altri esponenti della parte “critica”, spesso hanno richiamato i numerosi interessati a una curiosità ordinata, a un interesse solido, complessivo, ben cooperante. Ma questa verità non può essere usata contro il legittimo desiderio di conoscere esattamente anche “l’ultimo segreto” di Fatima; d’avvalersi di un tale «aiuto» che – assieme agli altri elementi dell'apparizione portoghese – il Cielo ha offerto a tutti, opponendovi una chiusura anche sprezzante.

Viceversa un’apertura chiara e solida, quale la pubblicazione di quel testo (che in ogni caso sarà stato ricostruito, trascritto o fotocopiato), sarebbe propizia anche ad evitare ogni eventuale impostazione o considerazione imprecisa, eccessiva, disordinata, parziale e non costruttiva; aiutando davvero i discorsi e gli spiriti a prendere la strada di una vera riconciliazione. Naturalmente, questo obiettivo è un «atto per cui giustamente offriamo un contributo, ma che sarà disposto dall’Autorità competente» (Non esiste perché distrutto?, pag.10).

Dedico questo studio – nello spirito di un grido al Cielo e una domanda agli uomini, grido e domanda cooperanti al «preannunciato trionfo del Cuore Immacolato di Maria a gloria della Santissima Trinità» (S.S. Benedetto XVI, Fatima 13 maggio 2010) – alla memoria del Cardinale Oddi, del Vescovo Venancio, di Padre Gruner, e a tutti coloro che si sono spesi ed esposti per la conoscenza di quel Segreto che attendiamo completa dal 1960.

2 - Le novità dal Portogallo

A) In sintesi: tra l’autunno 2013 e i primi mesi del 2014 mi è pervenuta la notizia che in Portogallo era uscito un libro su suor Lucia – la veggente di Fatima sopravvissuta fino a febbraio 2005 – a cura delle sue consorelle carmelitane, e che (per “gli addetti ai lavori”) vi era contenuto qualche elemento notevolmente nuovo.