31 luglio 2020

Vaticano II: “Di che Magistero si tratta?”

Senza dimenticare il “Vaticano Terzo”…

31 luglio 2020, Sant’Ignazio di Loyola

Mons. De Castro Mayer


Un lettore ci ha scritto, a seguito di recenti dibattiti, chiedendo la nostra posizione in merito all’ “interpretazione” del Vaticano II. Avendo ben presente che siamo ormai all’applicazione pratica e diffusa di quel “Vaticano Terzo” tanto invocato dagli ambienti martiniani e sapendo che una lettura in tutta la sua ampiezza dell’attacco satanico alla Chiesa, oltre al pur problematico Concilio Vaticano II, impone anche un’analisi attenta dei problemi già esistenti “prima” e di certe derive massimaliste diffusesi “dopo”, che non si identificano per forza di cosa con esso, rispondiamo volentieri alla questione sollevata proponendo alcuni nostri articoli.

Invitiamo a rileggere attentamente i due interventi che pubblicò sulla nostra rivista Mons. Gherardini nel 2009 e nel 2011, i quali, seppur pubblicati una decina d’anni or sono, non hanno perduto in attualità. E’ appunto da un suo scritto che proviene la domanda contenuta nel titolo: “Di che Magistero si tratta?”, fondamentale punto di partenza per ogni successivo approccio ad un eventuale lavoro di critica teologica e di disamina dei documenti.

Pubblichiamo altresì la nostra proposta che chiamammo di “terza via” la quale avrebbe dovuto essere quella dell’IBP del 2006, cui aderimmo alla fondazione e che - dopo il tradimento di tali ideali e la scelta di arrendersi - vive oggi nella Comunità “San Gregorio Magno”. In calce un omaggio a Mons. De Castro Mayer, ingiustamente dimenticato, ed al suo intervento su Dignitatis Humanae, corredato da una sua nota sul “valore magisteriale” di detto documento.

La Redazione di Disputationes Theologicae



Interventi di Mons. Brunero Gherardini:

Chiesa-Tradizione-Magistero


La posizione della Comunità “San Gregorio Magno”:

  • La necessità teologica ed ecclesiale di una “terza via”: né vortice “scismatico” né conformismo “allineato”

  1. Parte prima
  2. Parte seconda


Omaggio a Mons. De Castro Mayer:

13 maggio 2020

In morte di Mons. Antonio Livi

Il teologo “non accademico” ricordato nei suoi articoli


13 maggio, San Roberto Bellarmino
anniversario delle apparizioni di Fatima




Mons. Livi ci ha lasciato da ormai circa un mese, chi lo ha conosciuto da vicino sa - come un suo amico ha ricordato di recente - che non avrebbe amato panegirici in suo onore, anche temendo che le parole fossero dettate più dalla circostanza che dal cuore. Era così il Decano di Filosofia dell’Università del Laterano, cui Mons. Gherardini il 14 gennaio 2016 lasciò per iscritto la direzione di Divinitas, eravamo presenti, perché continuasse nello spirito di Mons. Piolanti. Un uomo dal carattere non sempre facile e a tratti schivo, non si fidava mai troppo di chi lo incensava; alcune dure prove della sua vita sacerdotale gli avevano insegnato una pronunciata ritrosia verso gli adulatori, specie se ammantati di parole apparentemente “caritatevoli”. Gli obbediremo quindi, e lo ricorderemo solo con i suoi scritti, come avrebbe voluto: “andate a vedere quel che ho scritto e firmato”. Ed è vero, se lo si vuol conoscere ed apprezzare, ma soprattutto se si vuol capire come vada letta questa crisi straordinaria del pensiero e del pensiero cattolico, si leggano anche i suoi scritti. Riporteremo quindi in calce tutti gli articoli che hanno segnato la sua collaborazione con Disputationes Theologicae dal 2012, fino al dilagare del pensiero di Walter Kasper nella Chiesa che gli faceva orrore. Dio sa quanto giustamente.

Un solo strappo ci concediamo a quanto prefissatoci, anche perché, senza nascondere che non sempre ci siamo trovati d’accordo, nella fattispecie ci riteniamo abbastanza immuni dai citati rischi: un elogio della sua ripugnanza verso la “mediocrità accademica”, specie in questi ultimi anni di vita in cui volle dare un orientamento più determinato a certe scelte. Si badi bene, non stiamo parlando delle scarse capacità intellettuali del tale teologo o filosofo, anzi, non ricordiamo su tale punto una particolare asprezza da parte sua nemmeno davanti a certe nullità salite in cattedra. Ma parliamo di quella che è vera mediocrità, specie nell’uomo di Chiesa che dovrebbe insegnare, perché è vera tiepidezza. “Si doctus es doce nos” avrebbe detto San Bernardo. Chi più sa, chi più ha capito - specialmente in merito a questa peste che infetta e fiacca oggi la Chiesa - più deve parlare. Anzi deve gridare dai tetti, certo secondo l’opportunità dei casi e le capacità del singolo, ma c’è un dovere di testimonianza di cui ci sarà chiesto conto. Per quel che ricordiamo questo Mons. Livi l’ha fatto, pagandone lo scotto, specie negli ultimi anni in cui il suo grido s’era fatto più deciso e ruggente che in passato, anche vedendo quel che la tiepidezza dei “cani muti” di Isaia aveva prodotto. Andava a tenere conferenze laddove c’erano “quattro gatti”, come diceva lui, nel tal paese sperduto, organizzate magari da quell’associazione che non era per forza di cose nelle grazie di certi potentati curiali, e - davanti a quel pubblico spesso poco avvezzo ai distinguo tomisti - adattava i suoi interventi. E ciò perché quel popolo, forse ignaro di distinzioni filosofiche, ma desideroso di restare fedele alla Chiesa, potesse essere messo in guardia dai pericoli di certe suadenti dottrine, intrise di quell’eresia che è strada maestra verso il fuoco eterno. A questo pensava, specie ultimamente, all’essenziale. Lui, l’accademico vero. Mentre sarebbe stato gioco facile nascondersi dietro la più dotta e forbita distinzione teologica o di scuola - di cui sarebbe stato capace e che magari molti dei suoi avversari non avrebbero nemmeno capito… - e così immergersi in certo equilibrismo d’accademia, che in fondo vuole evitare di scegliere tra Cristo e Beliar, lì lui attaccava i nemici della Dottrina con una foga anche verbalmente impetuosa. E li chiamava per nome, cognome e titolo accademico o gerarchico, per metter in guardia i più deboli. 


Questa è “grandezza accademica” e questo ci premeva ricordare, prima di lasciar la parola ai suoi scritti. Da quaggiù noi preghiamo per l’anima di Mons. Livi e che lui interceda anche per tutti quegli studiosi cattolici di buona dottrina, e ce ne sono anche se talvolta nascosti, perché sappiano portare onus et honor dell’essere vero accademico cattolico in questi tempi d’imperante apostasia.


Don Stefano Carusi




Gli scritti che Mons. Antonio Livi ha pubblicato nella nostra rivista:


Sulla Comunione ai Protestanti:


“Amoris Laetitia”. Mons. Livi parla ai penitenti e ai confessori:



Sull’eresia delle teorie eucaristiche di Kasper:



Sulle eresie ecclesiologiche di Küng:


Per il rilancio della filosofia perenne:


Sull’incompatibilità tra teologia cattolica e filosofia hegeliana:


25 aprile 2020

Sull’“abolizione” del Vetus Ordo


Un’ipotesi sull’espressione “forma ordinaria/straordinaria

25 aprile 2020, San Marco

Riceviamo e pubblichiamo.
                                                          
                  
Alcune osservazioni a margine
del Motu Proprio “Summorum Pontificum


1. Due cose che suscitano sorpresa

Quando il 7 luglio 2007 è stato promulgato il Motu Proprio di Benedetto XVI “Summorum Pontificum”, due affermazioni in esso contenute hanno suscitato la sorpresa, sorpresa che però fu piccola cosa rispetto al pronunciamento generale che costituiva il documento, il quale determinò gioia tra i conservatori, indignazione tra i progressisti.

La prima di queste affermazioni è che la forma straordinaria e la forma ordinaria sono due forme dello stesso rito romano (articolo 1 del Motu Proprio). Chiunque abbia familiarità con queste due forme è sorpreso nel constatare che, nonostante una struttura simile, è difficile parlare di unità di rito. La struttura è simile, ma lo stesso vale per altri riti occidentali (ambrosiano, mozarabico), che nessuno si rifiuta di chiamare “rito distinto”. La Messa di Paolo VI rompe definitivamente con alcune caratteristiche del rito romano, quali la presenza di un’unica anafora (nella Messa di Paolo VI abbiamo una molteplicità di cosiddette preghiere eucaristiche), o l'esistenza delle memorie, cioè una possibile molteplicità di preghiere (orationes) per una sola Messa (nella Messa di Paolo VI la “memoria” ha cambiato il suo significato e determina il rango liturgico di un determinato giorno). Osservando i riti orientali, si può notare che la Messa chiamata “tridentina” ha molti più punti in comune con i riti orientali che con la Messa di Paolo VI, la quale in quanto rito assomiglia piuttosto ai servizi della chiesa calvinista. Possiamo quindi concludere in merito a tale affermazione del Motu Proprio che non si tratta di una descrizione teologica della liturgia, ma di una finzione giuridica, che, per un motivo da determinare, qualifica la Messa tridentina e la Messa di Paolo VI come due forme dello stesso rito, così come l'Unione Europea considera la carota un frutto e la lumaca un pesce. Sono esse delle finzioni giuridiche, basate piuttosto su ciò che è nell’ordine della somiglianza estrinseca.

25 marzo 2020

Tra “epidemie” e “egemonie”, la Buona Morte

Prepariamoci all’essenziale

25 marzo 2020, Annunciazione della Beata Vergine Maria


Francesco Trevisani (ambito), Transito di San Giuseppe, Celano, 
Castello Piccolomini


Il mese di marzo è dedicato particolarmente a San Giuseppe e alla preparazione alla Buona Morte, di cui il Santo Patriarca è speciale protettore. In questo periodo le morti impreviste, anche se tanto sensazionalismo dei media è da sottoporre ad attenta valutazione, sembra abbiano avuto un oggettivo aumento. Un nostro lettore che ha avuto un congiunto affetto da questo nuovo morbo e  deceduto recentemente senza che gli sia stato permesso ricevere i Sacramenti, ci ha contattato e invitato a rendere pubbliche alcune considerazioni. Lo facciamo volentieri aggiungendo alcune brevi riflessioni e una preghiera finale che vale per tutti i tempi, quale che sia la reale natura di questa “epidemia” alquanto misteriosa.

Il nostro lettore ha voluto farci sapere come è morto suo padre, hanno potuto solo vederlo da un vetro e, manco a dirlo, nessuno ha permesso che il sacerdote - magari protetto come uno dei medici che lo visitava ogni giorno e con l’ausilio di uno strumento, come permesso dalla Chiesa in tempo di peste - gli amministrasse l’estrema unzione. Insistendo e vincendo ogni rispetto umano alla fine si è potuto ottenere che ricevesse una benedizione dal vetro (o forse un’assoluzione sotto condizione) da parte del Cappellano. L’uomo era un buon cristiano ed è plausibilmente morto con le migliori disposizioni, ma ciò non toglie che non si può evitare di fare una riflessione e raccogliere un avvertimento.

Proprio mentre sembra avvicinarsi un momento cruciale per il mondo e per la Chiesa, Fatima docet, ci può cogliere improvvisamente la morte. E non per forza di cose da Coronavirus, dato che le incertezze che seguiranno l’attuale situazione appaiono assai più fosche della sua causa.  

“Sorella morte corporale” giunge senza preavviso e trova i più impreparati, anche perché quei burattinai cui accenniamo sembra che si sforzino particolarmente nel distrarci dall’essenziale. Ormai siamo stati presi in affidamento forzato da “Fratello Internet”, che ci accompagna, ci culla, ci distrae, ci riempie di ansie che lui stesso “rasserena” spingendoci a ricollegarci - dopo poche ore - per ascoltare di nuovo i padroni dell’informazione. Il tutto purché non pensiamo all’essenziale. E’ una corsa verso il vuoto, in cui bisogna andare più velocemente ancora per non accorgersi della vera meta, che - virus o non virus - ci attende in ogni caso.

29 gennaio 2020

Segreto di Fatima, il Carmelo di Coimbra non nega


Ecco la lettera mandata alle monache senza ricevere nessuna parvenza di smentita


                                                                              

29 gennaio 2019, San Francesco di Sales






Petizione al Carmelo di Coimbra




Camerino, 29 agosto 2019



Reverende Sorelle, sia lodato Gesù Cristo.



Nel libro del vostro Carmelo Un cammino sotto lo sguardo di Maria, con prefazione del Vescovo del luogo, si legge che la Madonna, apparendo a suor Lucia in grandissima difficoltà a scrivere la terza parte del Segreto e così sbloccando la situazione, le disse: «scrivi quello che ti comandano, non però quello che ti è stato dato di comprendere del suo significato» (pag. 266).



Pertanto, considerando la liberalizzazione in materia di apparizioni stabilita dalla legislazione generale vigente, e considerando che una piena trasparenza su fatti e documenti storici può contribuire al rasserenamento degli spiriti, togliendo terreno a ogni illazione altrimenti oggettivamente favorita, Vi chiedo:



   * se suor Lucia questo significato della visione in oggetto (la sua interpretazione, la sua spiegazione, o qualcosa del genere), che dall’Alto le è stato dato, non l’ha messo per iscritto in assoluto, mai e da nessuna parte, oppure non l’ha scritto in quel testo e in quella data;

   * se smentite che nelle opere inedite menzionate nella Bibliografia di questa Vostra pubblicazione, le Lettere e il Diario della veggente (pag. 482), c’è qualche riferimento a un “qualcosa di più” a riguardo del Segreto di Fatima, a tutt’oggi non testualmente pubblicato.



Vi ringrazio dell’attenzione che vorrete prestare alla presente. In unione di preghiere, nei Cuori di Gesù e Maria.



La Redazione di “Disputationes Theologicae