24 giugno 2022

Quando il tradizionalismo diventa schizofrenia e opportunismo

Una tendenza da cui stare in guardia

24 giugno 2022, Sacro Cuore di Gesù



E oggi parlano di « brigantaggio »…


I lettori di questa rivista, nata sulla linea d’una critica costruttiva ad ampio raggio, ricorderanno che abbiamo dedicato articoli dettagliati al pericolo concreto per l’Istituto del Buon Pastore di perdere le specificità della sua fondazione nel 2006. Sono studi reperibili in questa rivista che è bene rileggere davanti alle recenti uscite dell’Abbé Laguérie. In un paio d’interventi infatti, egli manifesta oggi una linea opposta a quella tenuta ufficialmente fino a circa un anno fa. Anzi diametralmente opposta. Certo Traditionis Custodes è stata una doccia fredda per certo tradizionalismo che voleva nutrirsi d’illusioni, inoltre adesso l’Abbé Laguérie non è più il Superiore Generale dell’Istituto…

Giusto a titolo d’esempio circa dieci anni fa, quando era ancora in carica, scriveva nella Position commune des membres du Conseil général de l’IBP, Dans le respect du Magistère et du Droit liturgique en vigueur, redatta a Parigi il 23 giugno e consegnata ufficialmente a Mons. Pozzo il 20 luglio 2011: «Noi riceviamo il testo di tutti i Concili, e specialmente del Concilio Vaticano II secondo le norme definite dalla Chiesa […] noi ci impegniamo a promuovere “l’ermeneutica di continuità o di riforma”». In merito alla Messa di Paolo VI: «Noi attestiamo “la validità o la legittimità del Santo Sacrificio della Messa o dei Sacramenti celebrati nella forma ordinaria”, secondo i termini dell’Istruzione Universae Ecclesiae del Cardinal Levada (30/04/2011)», nel medesimo testo - posizione ufficiale - venivano al contempo eliminati tutti i riferimenti al diritto di celebrare esclusivamente nel rito tradizionale e si parlava ormai solo di rito proprio. Volendo prescindere da un qualsivoglia giudizio sull’oggetto, ci si chiede: ma dov’è la coerenza con quanto dichiarato su Présent nell’intervista ad Anne Le Pape del 19 gennaio 2022 e che è riportato in calce a questo articolo?

Abbiamo analizzato ampiamente la questione in numerosi articoli passati, tra essi citiamo a titolo d’esempio: Il “rito proprio” e l’ “ermeneutica di continuità” sono sufficienti?

E poi era davvero necessario elogiare servilmente Mons. Pozzo quando aveva appena minacciato la possibile abolizione della Messa tradizionale nella sua conferenza proprio nel Seminario dell’IBP? Cfr. Mons. Pozzo: La messa “straordinaria” può essere abolita dall’autorità.

Il lettore troverà più sotto i recenti testi di segno diametralmente opposto. Certo non sarebbe giusto attribuire soltanto all’Abbé Laguérie il fenomeno che descriviamo nel titolo, ma questo insieme di dati, insieme ai nostri articoli passati, ha un chiaro valore esemplificativo. La domanda è: anche nel mondo cattolico-tradizionale quanto le scelte sono dettate dalla coscienza e quanto sono dettate solo dall’utile? O dal “presunto” utile?


La Redazione di Disputationes Theologicae



Seguono gli estratti pubblicati su internet dell’intervista di Anne Le Pape all’Abbé Philippe Laguérie, Présent, 19 gennaio 2022:

Reverendo, avrebbe mai pensato un giorno di rivivere un periodo di caccia alle streghe (oso servirmi di questa espressione) contro il rito tradizionale?

Sì e no! Se consideriamo le cause profonde della rivoluzione liturgica degli anni Sessanta, l’infestazione modernista del brigantaggio del Vaticano II (ben più sinistra di quella di Efeso!) le stesse cause producono gli stessi effetti: sì! Malgrado il tentativo, che oggi si può definire fallito, sotto Benedetto XVI, di restituire alla liturgia bimillenaria della Chiesa i suoi diritti, il personale ecclesiastico è rimasto e rimane fondamentalmente rivoluzionario. «Un albero cattivo non può portare buoni frutti…». Ma considerando la violenza degli ultimi due documenti (Traditionis Custodes e i responsa ad dubia), il loro disprezzo della tradizione liturgica, il cinismo delle misure adottate, la stessa rabbia di distruzione sistematica che trasuda odio, allora diremmo che il papa non lavora più «alle periferie», piuttosto su un’altra galassia. Del resto, i suoi viaggi ci mostrano che la sua ortodossia è inversamente proporzionale all’altitudine! Sì: costernazione. Eccoci tornati agli anni Settanta, alle sospensioni a divinis, al «seminario selvaggio», alle «scomuniche». C’è odore di polvere.

Come comprendere l’atteggiamento di papa Francesco: puramente nocivo o semplicemente coerente con il Vaticano II?

Innanzitutto non bisogna perdere di vista che il papa attuale è un gesuita! È la prima volta e spero l’ultima. Un gesuita preferirà sempre l’efficacia alla coerenza. Sant’Ignazio lo sapeva bene, e aveva assoggettato i suoi religiosi a un quarto voto: quello di obbedienza al papa, per limitare il numero di geni (infatti la Compagnia ne ha in abbondanza). L’efficacia lasciata a se stessa non diviene altro che stravaganza, presunzione, megalomania, autoreferenzialità. I cardinali lo avevano compreso, non eleggendo mai un gesuita. Un gesuita papa, dunque privo di superiore, è un genio impazzito al comando di un Mirage o di un Rafale (aerei da caccia, ndt): fermateli. Senza che ci sia bisogno di supporre in foro interno la minima cattiveria. Andiamo, chi ve lo permette? Un gesuita può far fuori qualcuno ad majorem Dei gloriam; è facile, se il suo superiore non ha nulla da ridire e  se dirige la sua intenzione in modo appropriato (cfr. Les Provinciales). Nel XVII secolo avevano inventato tante eresie (probabilismo, molinismo, casuistica, eccetera), che il papa dovette imporre loro il silenzio. Ed essi tacquero! Ma oggi, non lo si vede forse, salvo Gesù Cristo chi altri potrebbe mettere a tacere un gesuita senza superiore… Che almeno non prenda più l’aereo.

Che ne pensa dell’obiezione per cui «non voler celebrare altro che il rito antico significa contestare il valore del nuovo»?

Devo esprimermi chiaramente, dopo un periodo di silenzio diplomatico. Sono tra coloro che pensano che il nostro rifiuto assoluto della Messa di Paolo VI non è affettivo, né disciplinare, né carismatico, eccetera. È teologale, teologico, dogmatico e morale. Assoluto! Il peccato originale di questa deplorevole disputa liturgica all’interno della Chiesa è l’inenarrabile e folle audacia di papa Paolo VI nel promulgare un nuovo ordo Missae basato sulla ricerca degli esperti, di F… M… e dei protestanti, gettando alle ortiche (con la voce tremolante) la Messa dei pontefici Leone e Gregorio, entrambi grandi. La liturgia cattolica non può e non deve essere che una trasmissione dell’eredità degli Apostoli. Una Messa inventata 19 secoli dopo non può che essere un’ambizione prometeica, una chimera romantico-libertaria, un populismo di pessimo gusto, indegno della Chiesa di Gesù Cristo. La promulgazione del nuovo ordo Missae di Paolo VI è senza dubbio legale e valida, ma sicuramente non legittima. In questa crisi è molto istruttivo il posizionarsi di ciascuno: quelli che tirano avanti per diplomazia ecclesiastica e per i circoli ecclesiastici finiranno per annegare. Sopravviveranno solo gli appassionati della verità. Avendo trascorso la mia vita a combattere, sono felice di constatare che mi preparo a morire non come un disertore ma come un soldato.

Come vede la questione delle ordinazioni?

Lascio la questione al Superiore Generale del nostro istituto, l’Abbé Gabriel Barrero, che l’ha presa in mano con buone prospettive ma reclama giustamente il silenzio…

Crede che ci sia un rischio reale di rottura della ritrasmissione del rito tradizionale? Se sì, quali saranno le conseguenze?

Nessuna, nessuna! La «battaglia» per la Messa cattolica è stata vinta definitivamente e irreversibilmente da Mons. Lefebvre negli anni Ottanta. Ciò che è fatto è fatto! Ci sono decine di migliaia di preti nel mondo che celebrano la Messa gregoriana, e non basterà un cenno di qualche segretario romano o di qualche vescovo residenziale che fa gli «straordinari» a far cambiare le cose. È troppo tardi: abbiamo vinto la battaglia. Non sono tra quelli che speculano su un infarto o una sincope del papa: lo troverei miserabile, e lo scommettitore rischia di pagare il prezzo della sua scommessa. Al contrario, so che TUTTI i preti che conosco (a cominciare da me) non passeranno mai a questa Messa che ha rovinato la Chiesa d’Occidente, d’America e d’Africa. Sarà più facile per Macron vaccinare i feti, che per Francesco imporci la sinassi di Paolo VI. Con 43 anni di sacerdozio, credete che andrei a chiedere il permesso a chicchessia per celebrare la Messa della mia ordinazione? 


10 aprile 2022

I tribunali vaticani e l’ingiusto processo

Sulla decadenza della Chiesa come “societas

2 aprile 2022, Domenica di Passione


Cattura di Gesù | Cristo davanti a Caifa
(Altobello Melone - 1518), Cattedrale di Cremona

Ci voleva un “liberale” del calibro di Ernesto Galli della Loggia, su un giornale alfiere solitamente del politicamente corretto, come Il Corriere della Sera, per sollevare una verità nota a tutti i sacerdoti, ancor più se d’Oltretevere! Ma verità inconfessabile : la giustizia in Vaticano, intendendo con ciò l’atto di rendere giustizia a chi la chiede o a chi è stato ingiustamente accusato - se necessario ricorrendo ad un dibattimento davanti ai giudici - procede in maniera profondamente iniqua. Nei nuovi, attuali, radiosi “tempi bergogliani”, che si vogliono dipingere come l’atteso avvento “dell’equità sociale”, “dell’apertura”, “della misericordia” in una Chiesa uscita dall’oscurantismo, la situazione - già non rosea da qualche decennio - è solo scivolata verso modelli, anche a ciò allude il giornalista, più…“sudamericani”. Ovvero vi si è aggiunta una buona dose di demagogia.

L’evocato articolista, dalla cui impostazione generale “laicheggiante” prendiamo ovviamente le distanze, menziona il caso del processo a un noto Cardinale (la cui colpevolezza o meno non è oggetto di questo scritto) scrivendo sul metodo accusatorio e sul procedimento utilizzati :

« Il processo al cardinale Becciu getta luce sul punto che è all’origine, perlomeno all’origine immediata, della crisi che sembra ormai dilagare nella Chiusa cattolica

Il processo che ha come più noto imputato il cardinale Becciu un effetto sicuro lo sta avendo. Che nessuno, se fosse chiamato a rispondere di una qualsiasi imputazione - dall’omicidio volontario all’eccesso di velocità - accetterebbe mai, potendo scegliere, di essere processato da un tribunale vaticano.

Si può discutere a lungo, infatti, se sia meglio affrontare la giustizia in una corte americana o in un tribunale italiano, ma dopo quello che stiamo vedendo da un paio d’anni è sicuro che a nessuna persona sana di mente verrebbe in testa di affrontare la dea bendata in un’aula all’ombra di San Pietro. »1

6 marzo 2022

Lettera aperta al Cardinale Maradiaga

Riceviamo e pubblichiamo

Quaresima 2022


Dopo oltre otto anni, la seguente lettera - i cui contenuti non hanno perso d’attualità - non ha avuto risposta. Per le voci critiche di un certo tipo - invece della sbandierata “apertura” - si sono piuttosto visti provvedimenti (da rimozioni cardinalizie al regime restrittivo di “concessioni” del rito tradizionale) volti a ridurre al silenzio, favorendo così l’opportunismo, lo scoraggiamento e l’esasperazione. N.d.R.


Lettera aperta al Card. Maradiaga    

Febbraio 2014 

A S.E.R. il Sig. Card. Oscar Andrés Rodríguez Maradiaga

Coordinatore della “Commissione dei Cardinali


E, p.c.,

Ad alcuni altri Porporati

 

«Io prometto: di non diminuire o cambiare niente di quanto trovai conservato dai miei probatissimi antecessori, e di non ammettere qualsiasi novità, ma di conservare e di venerare con fervore, come vero loro discepolo e successore, con tutte le mie forze e con ogni impegno, ciò che fu tramandato […] Se pretendessi di agire al di fuori di queste cose, o di permettere che altri lo faccia, Tu non mi sarai propizio in quel giorno tremendo del divino giudizio» (dal Giuramento dei Papi il giorno della loro Incoronazione, ovvero il lato umile degli “orpelli”: sulla grandezza e il limite del potere pontificio).

 

Eminenza Reverendissima,

nell’intervista rilasciata da Vostra Eminenza a la Repubblica, organo della sinistra massonica in Italia, il 22 novembre u.s., Ella, in risposta alla domanda del giornalista “Perché in conclave avete scelto Bergoglio?”, ha affermato: "È stato lo Spirito Santo. Quel giorno non era in vacanza né stava facendo una siesta. Bergoglio aveva già dato le dimissioni da arcivescovo di Buenos Aires, aspettava il successore per andare in pensione. Non pensava all'elezione e aveva in mano il biglietto di ritorno. Invece lo Spirito ha suggerito un nome diverso dalla curia e dall'Italia". Seguendo l’umorismo della Sua risposta, e fiduciosi nello spirito salesiano di V. E., ci permettiamo di presentare con franchezza alla Sua attenzione alcune perplessità che abbiamo a riguardo, aprendoLe liberamente il cuore.

Per la verità - stando alla logica della risposta, che peraltro sembra andare oltre la domanda - «lo Spirito» sembrerebbe aver illuminato ancor di più proprio la Repubblica di Eugenio Scalfari (e ambienti retrostanti): giacché sta di fatto che questi aveva indovinato il nome del nuovo Papa già alcuni giorni prima, mentre il diretto interessato ha detto di averlo pensato soltanto mentre veniva eletto, e già dopo il settantasettesimo voto (cfr. il favorevolissimo A. Tornielli Francesco Insieme, pp.68-69).

E non dubitiamo che il card. Bergoglio avesse in mano il biglietto di ritorno per Buenos Aires, ma dobbiamo registrare anche qualche elemento contrastante: tralasciando la sua indicazione del povero don Giacomo Tantardini come proprio segretario se fosse stato eletto (e don Giacomo Tantardini è morto un anno prima dell’elezione); tralasciando la campagna elettorale che già nel 2005 sembra avergli fatto il diplomatico mons. Pietro Parolin, ora Cardinale Segretario di Stato; tralasciando le visite in incognito, ancora non chiarite, del card. Bergoglio a quel tempio clerico-mondanocurial-mondano che risulta essere l’Accademia Ecclesiastica, proprio le settimane precedenti l’ultimo Conclave; tralasciando che il «nome» dell’eletto è stato sì «diverso dalla curia» quanto occorreva, ma non tale da impedire a influenti curiali di consentirne l’elezione, né tale da far sì che l’area diplomatica curiale “uscisse male” dal Concistoro – che invece ha vistosamente penalizzato altre aree ecclesiastiche; tralasciando parecchie cose, resta in ogni caso che agli amici, che nei giorni del «biglietto» si applicavano a fargli campagna elettorale, «pensa[ndo]» e lavorando con molta discrezione «all’elezione», aveva detto che se lo avessero eletto avrebbe accettato, avrebbe vigorosamente fatto pulizia in Vaticano e si sarebbe guardato dal prendere un caffè nel Palazzo papale (già preconizzando di risiedere altrove).

In realtà, la domanda posta faceva chiaramente riferimento alle dichiarazioni rilasciate a L’Espresso – rivista collegata a la Repubblica e appartenente al medesimo gruppo editoriale – da un Suo Confratello del Sacro Collegio, il card. Barbarin (29 ottobre 2013). Secondo il Porporato francese, il card. Bergoglio sarebbe stato eletto sulla base di un intervento nel quale egli avrebbe «detto testualmente»: «ho l’impressione che Gesù è stato rinchiuso all’interno della Chiesa e che bussa perché vuole uscire, vuole andare via». Queste affermazioni di un Cardinale elettore, peraltro attribuite a colui che siede sul Soglio di Pietro ed espressamente presentate alla rivista come testuali – quantunque in diretto contrasto con qualche sua omelia da Papa –, di non facilissima interpretazione e comunque mal corrispondenti al concetto di una espansione missionaria della Chiesa di Cristo con il darle nuovi figli, sono comparse sotto il titolo Papa Bergoglio: Cristo vuole uscire dalla Chiesa. E sono state comprese dalla redazione, da molti lettori, come una legittimazione della vecchia pretesa, ereticale e massonica, di separare Cristo dalla Sua Chiesa; così pensando tranquillamente di poter stare con Cristo pur ostinandosi a rifiutare, per dirla con Sant’Ambrogio, «ciò che è proprio di Cristo».

17 gennaio 2022

« Credo nella Scienza » …o nel consenso emotivo?

 Moralità del “credere” ai dati scientifici

17 gennaio 2022, Sant’Antonio Abate



« Io credo nella scienza », « bisogna credere nella scienza », ecco la frasi che risuonano oggi ad ogni piè sospinto per richiedere o giustificare il proprio aprioristico assenso ad un insieme di dati “scientifici”, compresi quelli che talvolta non possono essere conosciuti se non da pochissimi esperti e forse con certezza nemmeno da loro. Di fatto oggi si assiste, su uno sfondo di interessi stratosferici, alla fusione di una supposta “Fede nella Scienza” con l’emotività sapientemente condotta dalle briglie dei Media, cui si tributa a sua volta un cieco assenso. Ed è proprio quello stesso consenso mediatico, che non risparmia il ricorso all’irrazionalità isterica, ad invocare incessantemente la copertura della “scienza” in cui « si deve credere ». Gli stessi che sofisticamente ci avevano insegnato fino a poco tempo fa che la “Scienza” (quella con la maiuscola) esclude ogni credo, men che meno in Dio, ci dicono oggi che bisogna « credere nella scienza » ed alcuni ecclesiastici sono persino giunti, nell’asservimento imperante ai poteri mondani, a dire che è grave peccato non obbedire alle tesi correnti “della scienza”.

Come è possibile che lo scientismo di matrice razionalista si stia sposando così bene con l’emotività d’ispirazione immanentista e quindi assai poco “razionale”? La ragione profonda di questo matrimonio sta nella morte della filosofia del reale, quella del buon senso su cui si fonda la metafisica classica e nello scientismo che, in fondo fin dalla sua nascita, ha bisogno per sopravvivere dell’immanentismo, ovvero di una fervida attività dell’io, creatore di realtà, che si sostituisce alla metafisica reinventando il reale, magari ricorrendo alla matematica laddove la matematica non ha molto da dire. E’ così che i connotati dello scientismo diventano quelli di una vera e propria religione, religione rivelata in più, non certo da Dio, ma dagli organi che “rivelano” il pensiero corretto, esigendo l’assenso e creando il consenso. Questo processo, che a rigor di logica è antiscientifico, merita un lungo approfondimento, in quest’articolo concentriamo per il momento l’attenzione sull’asserzione ormai quasi dogmatica « io credo nella scienza » e sui suoi risvolti morali.



« Io credo

Prima di tutto « io credo ». Cosa significa “credere”? Restando a livello naturale e senza voler entrare nel discorso sulla fede infusa che non è il nostro oggetto, si può affermare che “credere” vuol dire sottomettere l’intelligenza ad un oggetto non evidente in sé oppure evidente in sé, ma non a colui che crede.

Per fare qualche esempio possiamo pensare alla nostra data di nascita, mia madre ha evidenza che essa sia avvenuta il 3 gennaio, io no. Credo alla sua parola perché ella sa con certezza e non mi inganna. Questa certezza viene detta “evidentia in attestante”. Ovvero mi fido di colui che attesta, il quale ha conoscenza diretta ed evidenza di quanto afferma. In ambito scientifico questo tipo di assenso è quello che viene da chi crede ad uno scienziato che ha fatto un esperimento il quale con certezza assoluta ha dato un risultato, risultato evidente e certo per lo scienziato, ma non per l’allievo che gli “crede”, perché “ha fede in lui”, in questo caso prudentemente. Diverso è il caso in cui non ci sia nessuna prova certa nemmeno da parte dello scienziato che studia, in tal caso la certezza diminuisce, perché manca l’ “evidentia in attestante”. E’ il caso, ad esempio, di cosa ci sia al centro della terra, un dato che non è evidente a nessuno e non lo sarà per qualche tempo. Se affermo che c’è un nucleo incandescente lo faccio per fede, fede naturale in un’ipotesi scientifica che, presente in tutti i libri di scuola, è diventata “consenso”, forse anche credibile, ma che resta ipotesi per lo studioso che se l’è inventata e che ci crede non per “scienza” in senso stretto, come vedremo. Affermazione che rimane ipotesi per lo scienziato e per l’allievo che ha deciso di credergli. In questo caso, rispetto al caso precedente, gli atti di fede sono almeno due, il primo è quello dello scienziato alla propria teoria - sia essa fondata - il secondo è quello dell’allievo che a sua volta crede allo scienziato. Se poi c’è una catena d’intermediari gli atti di fede si moltiplicano. Se poi tutta una “comunità scientifica” ha deciso di credere all’ipotesi non dimostrata da nessuno, ci sono tanti atti di fede almeno quanti sono gli scienziati “credenti” al nucleo incandescente che nessuno ha mai visto, né perforato con esperimenti di carotaggio, ma solo ipotizzato in ragione di alcuni “effetti”. Qui per completezza va ricordato anche un fenomeno che di scientifico ha ben poco, infatti la pretesa dello scientismo di dare risposte a tutto soffre di dover tacere su questioni fondamentali, quindi davanti ad alcuni misteri della natura non ancora chiariti preferisce aver fede in un’ipotesi e se necessario uniformare il consenso di fede. Un po’ come ammisero tempo fa alcuni scienziati: « Dobbiamo credere al darwinismo - anche se le prove sono scarse - perché altrimenti non resta che il creazionismo », ma siccome la Creazione è un’ “eresia” condannata dal loro dogma, non ci si può nemmeno riflettere…

18 novembre 2021

Parla il domenicano che ha dato la Comunione a Biden

L’abominio della desolazione nel luogo santo

18 novembre 2021, Dedicazione della Basiliche di S. Pietro e di S. Paolo



Un nostro lettore Alessandro C. ci ha inviato un link ad un articolo del Corriere della Sera del 30 ottobre 2021 contenente le dichiarazioni del sacerdote che ha sfrontatamente dato la Comunione all’abortista Joe Biden proprio a Roma:

Il presidente Usa Joe Biden in serata ha partecipato alla Messa nella chiesa di San Patrizio, in via Boncompagni, a poche centinaia di metri dall’ambasciata degli Stati Uniti. […] Biden ha ricevuto la comunione il giorno dopo che il Papa gli ha detto di continuare a ricevere il sacramento, nonostante l’opposizione di alcuni conservatori [in realtà l’opposizione è ben più consistente, è la linea dell’episcopato americano, ndr] in America che contestano la sua posizione sull’aborto. Il presidente riceve regolarmente l’eucarestia nelle diocesi di Washington e Delaware, ma fare la comunione a Roma ha per lui un significato particolareIl Papa, tecnicamente, è il vescovo di Roma, e la parrocchia di San Patrizio è parte della sua arcidiocesi. Alla funzione erano presenti circa 30 persone. I Biden si sono seduti nell’ultima fila, dove era stato scritto «riservato». La Messa è stata celebrata da padre Joe Ciccone, che non ha fatto alcun annuncio speciale ai presenti. «La comunione è ciò che ci unisce nel Signore, nessuno di noi è puro e perfetto, siamo tutti santi e peccatori» ha commentato il sacerdote al termine della celebrazione.

Ringraziamo il nostro lettore e rispondiamo che con ogni evidenza un gesto di tale portata ed una dichiarazione così grave proprio a Roma, difficilmente sono il frutto dell’estemporanea scelta di Padre Ciccone, tenuto conto anche del fatto che la notizia del consenso di Papa Bergoglio non è stata smentita. L’America intera e non solo l’America aspettava di sapere cosa sarebbe successo quel giorno nella Città santa. E poiché a tutt’oggi non risulta che Padre Ciccone sia stato punito - non diciamo con quella severità e quell’acredine che si sa usare contro il campo conservatore, ma nemmeno con una leggero richiamo di facciata, come facevano almeno i comunisti degli anni ’70 con “i compagni che sbagliano” -, è lecito pensare che gli eventi siano stati orchestrati. Orchestrati, se così fosse, vigliaccamente col solito metodo marxista già ampiamente descritto nelle nostre colonne, per cui si si agisce cambiando la prassi laddove non si può cambiare la dottrina, dando il Corpo di Cristo pubblicamente a chi evidentemente non può riceverlo. Stavolta però c’è anche qualcosa di più rispetto ad Amoris Laetitia, c’è una certa struttura “teologica” invocata a supporto della prassi ereticale che, a meno di improbabili smentite, è la conferma, anche visto il luogo che è stato teatro dei fatti, dell’avanzata dell’ “abominio della desolazione nel luogo santo”. Le dichiarazioni, riportate senza le necessarie distinzioni e inoltre in stretta associazione con la profanazione pubblica dell’Eucarestia appena compiuta, non sono né più né meno che la stantia teoria luterana del “simul iustus et peccator”. La profanazione dell’Eucarestia si compie in nome del “siamo tutti santi e peccatori” e la dottrina cattolica sullo stato di grazia, la distinzione cattolica tra stato di peccato mortale (pubblico e sociale, per giunta, nel caso di Biden), che impedisce l’accesso alla Comunione, e stato di grazia con qualche peccato veniale che invece lo permette, viene seppellita proprio con la … “teoria della prassi” della Comunione al Presidente americano. A Roma per giunta, pubblicamente nella Città santa. Rinviamo alla lettura di “L’intrinseca malizia della Comunione sacrilega”.

Stavolta le parole di Padre Ciccone (ispirate da chi a Roma dove “non si muove foglia che Papa non voglia”?) mostrano che si sta ormai oltrepassando la fase della sola “prassi eretica”, giungendo alla sua teorizzazione. Quanto denunciato sul nascere nel 2014 trova purtroppo oggi sempre maggiori conferme: "L’influsso di Lutero dietro la “tesi Kasper”?"


Associazione chierici “San Gregorio Magno