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| Pielgrzymka kapłanów Wspólnoty świętego Grzegorza Wielkiego do Groty Świętej Magdaleny |
8 maggio 2009
Nowy kapłan we Wspólnocie Świętego Grzegorza Wielkiego
7 maggio 2009
Intervista a Padre Christophe Hery dell'Istituto del Buon Pastore
La nostra redazione ha posto alcune domande al Padre Christophe Héry, Assistente Generale dell’Istituto del Buon Pastore. Padre Héry, noto ai più come l’Abbé Héry, è stato ordinato sacerdote da Mons. Lefebvre il giorno precedente alle consacrazioni episcopali, nel 1988 per la Fraternità San Pio X; ha svolto il suo ministero a Marsiglia, Parigi e in molti altri centri della Francia, è uno dei volti più noti fra i fondatori dell’Istituto del Buon Pastore, stimato per l’imparzialità dei suoi studi teologici, annovera fra le sue ultime monografie “Non-lieu sur un schisme”, che potrebbe tradursi col titolo “Uno scisma, non vi è luogo a procedere”, in esso analizza, con l’acribia che gli è congeniale, e con ricche pagine di ricerca, tutte le accuse di scisma rivolte ai noti eventi del giugno 1988.
In questa prospettiva siamo invitati per i nostri “impegni fondatori” (firmati il giorno della fondazione), a partecipare in maniera costruttiva ad un lavoro critico. Il dibattito fondamentale soffocato da quarant’anni, si apre finalmente nel seno della Chiesa senza spirito di sistema né di rivincita, sui punti di discontinuità dottrinale posti dal Concilio Vaticano II, sui quali ci sono riserve.
Come è possibile una tale “critica costruttiva”, visto che il Vaticano II è un atto di magistero autentico, in pratica intoccabile?
Il Concilio è certamente un atto di magistero autentico. Ma non è intoccabile, poiché la “ricezione autentica” del Concilio, secondo il Santo Padre, non ha ancora avuto luogo, o non è soddisfacente; ciò significa dunque che può essere ritoccato, per mezzo di un processo d’interpretazione. Esiste uno spazio di libertà lasciato alla controversia teologica sul testo del magistero conciliare, restando salva la Tradizione dogmatica e apostolica…
Non è forse mettere la Tradizione al di sopra del Magistero?
La Tradizione non è né al di sopra, né al di sotto del Magistero. Nel citato discorso del 25/12/2005, il nostro Papa ha fustigato “l’ermeneutica della discontinuità”, la quale oppone il magistero conciliare alla Tradizione. In effetti il magistero autentico non dispone mai della Tradizione a suo piacimento e non è al di sopra di essa: quando stabilisce in maniera infallibile, è ciò che io chiamo la Tradizione “in atto”. Quando non stabilisce in maniera infallibile, come la maggior parte del Vaticano II, il magistero (anche autentico) deve essere interpretato e ricevuto, senza rottura con la Tradizione, dunque alla luce di quest’ultima.
Potrebbe precisarci come la ricezione di un concilio permette di farne la critica costruttiva?
Il problema posto dal Vaticano II è che esso non assomiglia affatto ai precedenti concili. Quest’ultimi presentavano degli insegnamenti, delle definizioni del dogma, delle condanne di errori opposti, che obbligavano la fede. All’inverso, rinunciando per principio pastorale a qualsiasi pretesa dogmatica (all’infuori della ripresa di qualche punto anteriormente definito dal magistero solenne), il Vaticano II non s’impone alla Chiesa come oggetto d’obbedienza assoluta per la fede (cfr. can. 749), ma come oggetto di “ricezione”.
Ora, la ricezione induce un processo d’interpretazione. Per un tale “corpus” di testi, quest’ultima richiede lavoro, e soprattutto tempo. Il Cardinale Jean-Pierre Ricard a Lourdes, il 4 novembre 2006, ha precisato: “Il Concilio deve ancora essere recepito” (cioè re-interpretato). E ha indicato la direzione da seguire : applicarsi ad “una rilettura serena della nostra ricezione del Concilio” e non “una lettura ideologica”, specialmente per “riprenderne i punti che meritano ancora di essere presi in considerazione”. La qual cosa significa una vasta operazione di messa in questione (nel senso scolastico); di chiarimento (nel senso di discernimento) tra ciò che vale la pena di essere salvaguardato e ciò che non ne vale la pena; inoltre un’interpretazione corretta di ciò che possa o debba essere salvaguardato.
Quale sarà per voi il criterio di questo discernimento e di questa interpretazione?
Il “setaccio” da usare è chiaramente, non già la filosofia odierna, ma la coerenza, la compatibilità o la continuità del Magistero con la Tradizione. La Tradizione in atto (fede e sacramenti) include l’insegnamento solenne dei concili anteriori e dei Papi. Essa costituisce, oggi come ieri, il legame essenziale e attivo della comunione fra cattolici. Salva restando l’autorità di Roma – e la possibilità per la teologia di progredire in maniera critica cercando delle risposte a dei problemi nuovi, che non si ponevano, per esempio, durante il Vaticano I.
Vorrebbe dire che il Vaticano II fornisce un’opportunità di riflessione critica e di approfondimento per la Chiesa?
E’ innegabile che il Vaticano II pone alla Chiesa le questioni essenziali della modernità: la coscienza, la libertà religiosa, la verità, la ragione e la fede, l’unità naturale o soprannaturale del genere umano, la violenza e il dialogo con le culture, la grazia e le aspettative degli esseri umani, ecc. Non ci si può accontentare oggi di risposte di ieri, quest’ultime devono prendere in considerazione le nuove problematiche. Ma il Concilio è datato 1965 e oggi non è più un discorso chiuso su se stesso. Noi lo riconosciamo per ciò che è : un concilio ecumenico che rileva del magistero autentico, ma non infallibile in ogni punto e, in ragione proprio delle sue novità, si scontra con certe difficoltà nella sua continuità con il Vangelo e la Tradizione.
Quello che ci ha chiarito sarebbe dunque il senso della formula dell’impegno, che avete sottoscritto il giorno della fondazione del vostro Istituto: “A proposito di alcuni punti insegnati nel Concilio Vaticano II o concernenti alcune riforme posteriori della liturgia e del diritto, e che ci sembrano difficilmente conciliabili con la Tradizione, noi ci impegniamo ad un’attitudine positiva di studio e di comunicazione con la Sede Apostolica evitando la polemica. Questa attitudine di studio vuole partecipare, per mezzo di una critica seria e costruttiva, alla preparazione di un’interpretazione autentica dalla parte della Santa Sede su questi punti del Vaticano II” ?
In effetti, noi abbiamo ottenuto questa libertà di contribuire, stando al nostro posto, inizialmente per mezzo di studi e pubblicazioni interne all’Istituto, a questo lavoro titanico di designazione dei testi e delle teorie che pongono problemi da quarant’anni, concernenti non solo il Concilio ma anche le riforme liturgiche (o altre), che lo hanno seguito.
Stiamo preparando degli studi sulla liturgia e sui punti di litigio classici del Concilio. L’organizzazione di sessioni di lavoro e lo scambio con altri interlocutori è la tappa successiva.
La Fraternità San Pio X potrebbe anch’essa avere un ruolo simile al vostro in questo lavoro di “proporre al Papa”, che resta sempre l’unico soggetto del supremo potere magisteriale?
Certamente! Dopo la revoca delle scomuniche dei quattro vescovi della Fraternità San Pio X, immaginiamo che le discussioni dottrinali, finora segrete e informali, possano organizzarsi con l’avallo del Santo Padre, e permettere agli interlocutori di far valere e di scambiare le argomentazioni teologiche che nutrono la critica tradizionalista.
Seppure in una prospettiva di “continuità”, gli approcci “ermeneutici” sono oggetto di posizioni differenziate. Quale metodo di lavoro adottare?
In effetti, l’ermeneutica è essa stessa oggetto di un dibattito preliminare. Un tale lavoro supporrebbe anzitutto la definizione del metodo e dei principi ermeneutici. Si tratta di salvare il testo del Concilio alla lettera, costi quel che costi, come un blocco infallibile, sacro e ispirato fino all’ ultimo “iota”, ad immagine della Bibbia? Un tale postulato potrebbe portare ad una forma di fondamentalismo conciliare, rovinoso per la Chiesa. Si tratta piuttosto di ritrovare lo spirito del testo, aldilà della lettera? Ma il Santo Padre stesso ha scartato la rivendicazione invocatrice di questo “spirito del Concilio”, indefinibile e causa di tante “rotture” (pratiche, dottrinali, liturgiche) nel seno della Chiesa. Si tratta allora di ritrovare l’intenzione dei Padri Conciliari, redattori del testo? Qui nasce una seria difficoltà pratica: il testo del Concilio Vaticano II è un “patchwork”, il risultato di un compromesso nel seno di un’assemblea, tra differenti gruppi di lavoro spesso in opposizione tra loro, ciascuno dei quali ha cercato di “tirare a sé” il senso, tra una frase e l’altra….. Non resta allora altro che andare a ritrovare l’intenzione di Paolo VI? Oppure quella della Chiesa? Ma l’intenzione della Chiesa non può essere che tradizionale. E inoltre, la Chiesa non si è ancora espressa in maniera “autentica” sul senso che deve essere dato ai testi maggiori del Concilio, che pongono gravi difficoltà per la trasmissione della fede. E’ per questo che il papa Benedetto XVI, nel suo discorso del 22/12/2005, afferma che bisogna rivenire non solo al testo del Concilio, ma anche sul testo del Concilio. Sarà la base del nostro lavoro critico.
Misjonarze: Miłosierdzia czy profanacji Spowiedzi Świętej?
6 maggio 2009
Wpływ Marcina Lutra stoi za „tezą Kasper”?
5 maggio 2009
Quale valore magisteriale per il Concilio Vaticano II
Il dibattito teologico negli ultimi anni verte intorno ai documenti del Concilio Vaticano II, alla loro redazione, alla loro interpretazione, alla loro ricezione nella vita della Chiesa; le discussioni intorno a questa pagina della storia della Chiesa hanno visto posizioni diverse, ideologiche talvolta al punto da soffocare il confronto tra studiosi. Pur nell’indifferenza ostile di molti, un vento nuovo e fresco soffia oggi nella Chiesa e le discussioni si fanno talvolta serie e serrate. L’amore della Verità e della Chiesa spinge ad una franchezza d’espressione che ha qualcosa di evangelico.
A questo proposito la prima questione sulla quale bisogna sapersi interrogare è quella relativa alla natura del Concilio Vaticano II e quindi al tenore dei suoi documenti. Dopo questa risposta e non prima si potranno definire i limiti del dibattito possibile.
L’OPINIONE DI UN AUTOREVOLE TEOLOGO DELLA SCUOLA ROMANA
Per inaugurare questo argomento la redazione di “Disputationes theologicae” ha voluto chiedere il parere dell’ultimo grande teologo della cosiddetta Scuola Romana, Mons. Brunero Gherardini. Erede di una tradizione teologica che ha illustrato l’Urbe con nomi d’eccezione quali furono, a mero titolo d’esempio, i suoi maestri e poi colleghi Antonio Piolanti e Pietro Parente, Mons. Gherardini, nato nel 1925, ordinato sacerdote nel 1948, ha insegnato per anni alla Pontificia Università Lateranense, divenendone Decano della Facoltà di Teologia. Canonico di S. Pietro in Vaticano fin dal 1994, dirige la nota rivista di studi teologici “Divinitas” dal 2000; autore di circa ottanta volumi e di innumerevoli articoli su riviste specialistiche, si è sempre distinto, duce S. Tommaso, per la chiarezza dell’esposizione e per la limpidezza delle sue tesi e dei suoi studi coraggiosi. Recentissima è la sua documentata pubblicazione sul dialogo interreligioso dal titolo “Quale accordo fra Cristo e Beliar?”, per i tipi di Fede e Cultura.
Valore "magisteriale" del Vaticano II
di Brunero Gherardini
M'è stato chiesto se il Concilio Ecumenico Vaticano II abbia valore magisteriale. La domanda è mal posta.
Un Concilio – qualunque sia la sua indole ed a qualunque finalità o necessità contingente intenda rispondere – è sempre Supremo Magistero della Chiesa. Il più solenne, al livello più alto. Sotto questo profilo e prescindendo dalla materia presa in esame, ogni suo pronunciamento è sempre magisteriale. E magisteriale nel senso più proprio e più nobile del termine.
Ciò non significa che sia in assoluto vincolante. Dogmaticamente, intendo, e sul piano dei comportamenti etici. Magisteriale, infatti, non necessariamente allude al dogma o all'ambito della dottrina morale, limitandosi a qualificare un asserto o un documento o una serie di documenti provenienti dal Magistero, supremo o no. Ho escluso che sia vincolante in assoluto, perché non in assoluto lo è sempre. Il fatto stesso che anche una semplice esortazione provenga da una cattedra di tale e tanta autorevolezza, crea certamente un vincolo. Non quello che esige l'assenso incondizionato di tutti (vescovi, preti, popolo di Dio) e ne impegna la fede; ma quello che a tutti richiede un religioso ossequio interno ed esterno.
Perché insorga l'esigenza dell'assenso incondizionato e della sua traduzione in comportamenti coerenti occorre che intervengano alcune circostanze, mancando le quali un pronunciamento conciliare, indubbiamente magisteriale, resta privo della capacità giuridica e morale di vincolare la libertà della Chiesa e dei suoi singoli membri. Nel tal caso, ovviamente, la richiesta dell'attenzione, dell'ossequio, del rispetto non solo in pubblico ma anche in privato, tocca la responsabilità d'ogni singolo cristiano-cattolico.
Quali sian le dette circostanze, è risaputo da tutti, immagino anche da coloro che non ne tengono conto. Poiché non vorrei che qualcuno le considerasse idee mie, le prendo dalle labbra d'una personalità non discutibile sia per i meriti ad essa universalmente riconosciuti, sia per l'ufficio ricoperto e per il compito che stava allora svolgendo, quando le manifestò pubblicamente ed ufficialmente: 16 nov. 1964, in pieno svolgimento del Vaticano II ed a chiarimento del suo valore conciliare. In risposta a reiterate domande, il Segretario del Concilio, S. E. Rev.ma Mons. Pericle Felici disse che "il testo dovrà sempre interpretarsi alla luce delle regole generali, da tutti conosciute". Secondo tali regole, tutta la Chiesa senz'eccezioni "è tenuta a professare le cose riguardanti la fede ed i costumi che il Concilio abbia apertamente dichiarato". Trattandosi però d'un Concilio pastorale, senz'escludere ch'esso potesse riesumare qualche enunciato dogmatico tra quelli da altri Concili ed in altre circostanze definiti, l'Ecc.mo Mons. Felici precisò che anche gl'indirizzi pastorali son dal Vaticano II proposti "come dottrina del Magistero Supremo della Chiesa" ed in quanto tali essi "vanno accettati ed abbracciati in conformità alla mente dello stesso Santo Sinodo; la quale mente, secondo le norme dell'ermeneutica teologica, è resa manifesta sia dalla dottrina trattata, sia dal tenore dell'espressione usata"[1].
Come si vede, per indicare quale e di che natura fosse il valore stringente del Vaticano II, il Segretario del Concilio fece appello a diversi fattori. Parlando della sua pastoralità, richiamò:
- i limiti imposti al Concilio da Giovanni XXIII, in apertura del medesimo: non la condanna degli errori né la formulazione di nuovi dogmi, ma l'adeguamento della verità rivelata "al mondo contemporaneo, alla sua mentalità e cultura"[2];
- l'ermeneutica teologica, vale a dire l'analisi dei problemi emergenti, alla luce del dato rivelato e della Tradizione ecclesiastica;
- il tenore delle espressioni usate.
Le prime due condizioni non abbisognan di molte spiegazioni; la terza si riferisce a moduli tecnici dai quali trasparisce l'intento o di dogmatizzare o più semplicemente d'esortare. E' da notare che un dogma insorge non perché un Concilio (anche il Vaticano II fece altrettanto) ricorre a moduli come questi: "Haec Sancta Synodus docet...Nos docemus et declaramus...definimus", o simili, ma perché il contenuto dottrinale d'un intero capitolo o dei suoi articoli vien sintetizzato in un "canone" che affermi il dogma e condanni l'errore contrario. Il tenore dell'espressione verbale è dunque formalmente decisivo. Si può serenamente asserire che un Concilio è o no dogmatico soprattutto in base alla sua "voluntas definiendi", chiaramente manifestata attraverso il suddetto tenore.
Il Vaticano II mai manifestò tale "voluntas", come si rileva facilmente dal tenore dei suoi moduli e delle sue formulazioni: mai un "canone", mai una condanna, mai una nuova definizione, ma, tutt'al più, il richiamo a qualche definizione del passato. La conclusione che se ne trae è ovvia: si tratta d'un Concilio che, per principio, escluse la formulazione di nuove dottrine dogmatiche; queste, se pure di per sé non dogmatiche, avrebbero potuto assurgere a valore di dogma solo se la materia fosse stata definita in altri Concili ed ora riesumata. In ogni altro caso, le eventuali novità non son che tentativi di rispondere alle istanze del momento e sarebbe teologicamente scorretto, anzi privo d'effetti, l'innalzarle a validità dogmatica senza il supporto dell'accennata "voluntas definiendi". Ne consegue che un siffatto innalzamento equivarrebbe ad una forzatura del Vaticano II, il cui insegnamento potrà dirsi infallibile ed irreformabile solo là dove è un insegnamento precedentemente definito.
In base ai principi ermeneutici di S. E. Mons Felici, ciò non comporta per nessuno – né per un vescovo, né per un prete o un teologo, né per il popolo di Dio - la libertà di "snobbare" gl'insegnamenti del Vaticano II. Provenendo essi dal Supremo Magistero, godono tutti d'una non comune dignità ed autorevolezza. Nessuno potrà impedire allo studioso di verificarne il fondamento - lo esige anzi l'invocata ermeneutica teologica – ma nessuno dovrebbe mai osare di negar loro religiosa attenzione interna ed esterna.
C'è tuttavia un "ma" ed un "se". Facciamo l'ipotesi che in qualcuno dei sedici documenti del Vaticano II, o addirittura in tutti, si rilevino errori. In astratto, è possibile: si è sempre discusso se un Concilio possa venir meno alle sue dichiarate intenzioni e finalità, o se possa addirittura cader in eresia. Il mio sommesso parere è che ciò non sia da escludere, attesa la fragilità o la malizia del cuore umano; ritengo tuttavia che, ove ciò si verificasse, un Concilio cesserebbe d'esser tale. Quanto al Vaticano II, da circa cinquant'anni l'attenzione critica s'è come assopita dinanzi ad esso, soffocata dal continuo osanna che l'ha circondato. Eppure i problemi non mancano, ed estremamente seri. Non parlo ovviamente d'eresia, ma di spunti dottrinali non in linea con la Tradizione di sempre e quindi non facilmente riconducibili al "quod semper, quod ubique, quod ab omnibus" del Lerinense, mancando a tali spunti la continuità dell' "eodem sensu eademque sententia" del suo "Commonitorium". Per esempio, un "subsistit in" non può esser accolto a cuor leggero, se non si dimostri, attraverso la ricerca e la discussione critica - intendo ad alto livello scientifico - che tutto sommato può esser interpretato in maniera ortodossa: il che, a mio avviso, dovrebbe escludere il decantato allargamento della "cattolicità" e della capacità salvifica alle denominazioni cristiane non cattoliche. Se poi si consideri la "Dignitatis hnumanae" come l'antisillabo rispetto al famoso documento del beato Pio IX (1864), la continuità con la Tradizione viene infranta ancor prima di porne il problema. Ed infine, se si dichiara tradizionale la dottrina dei due titolari della suprema piena ed universale potestà di governo nella Chiesa – il Papa e il Collegio dei vescovi, con il Papa e sotto il Papa, mai senza né sopra - giustificandola con "la relazione reale inadeguata", s'afferma un nonsenso ancor prima d'un errore storico e teologico.
C'è poi da tener presente un'altra circostanza, in base alla quale il valore dei documenti, pur se tutti conciliari e quindi magisteriali, non è sempre il medesimo: altro è una Costituzione, altro un Decreto ed altro ancora una Dichiarazione. C'è una validità decrescente da documento a documento. Ed anche se risultasse con ogni evidenza un eventuale errore del Vaticano II, la sua gravità varierebbe in base alla sua collocazione in una delle tre diverse tipologie di documenti.
Riassumendo, dunque, direi:
- il Concilio Ecumenico Vaticano II è indubbiamente magisteriale;
- altrettanto indubbiamente non è dogmatico, bensì pastorale essendosi sempre come tale presentato;
- le sue dottrine son infallibili ed irreformabili solo se e là dove son desunte da pronunciamenti dogmatici;
- quelle che non godono di supporti tradizionali costituiscono, nel loro complesso, un insegnamento autenticamente conciliare e quindi magisteriale, se pur non dogmatico, ingenerando così l'obbligo non della fede, ma d'un'accoglienza attenta e rispettosa, nella linea d'una leale e riverente adesione;
- quelle, infine, la cui novità appare o inconciliabile con la Tradizione, o ad essa contrapposta, potranno e dovranno esser seriamente sottoposte ad esame critico sulla base della più rigorosa ermeneutica teologica.
Salvo ovviamente "meliore iudicio".
[1] Sacrosanctum Oecumenicum Concilium Vaticanum II, Constitutiones, Decreta, Declarationes, Poliglotta Vaticana 1966, p. 214-215.
[2] Ibid. p. 865-866.
Presentazione

Da alcuni anni ormai gli studi ecclesiastici sembrano languire in uno stato che, senza aver del tutto rinunciato al dibattito teologico, ha tuttavia volutamente accantonato l’istituzione della disputa teologica, annegando spesso la ricerca relativa alla “scienza di Dio” in una vulgata che canta all’unisono e che rinuncia sovente alla speculazione rigorosa, all’approfondimento probante, all’argomentazione strutturata, alla confutazione decisa di una tesi falsa.
L’irenismo teologico, che fiumi d’inchiostro ha fatto versare negli ultimi tempi, sembra aver indotto tanti teologi, molti dei quali anche di valore, a pubblicazioni prolisse e non di rado ricche della più ricercata bibliografia, le quali tuttavia si distinguono precipuamente per l’assenza di scelte teologiche chiare e per l’arte sottile di aggirare le questioni scomode e spinose. Un vago sentimentalismo religioso si sostituisce al nerbo della speculazione scolastica, annacquando la scienza divina in un brodo insipido e deludente perché privo di corpo. In tanti atenei, purtroppo anche romani, nei quali alcuni dei nostri collaboratori studiano e insegnano, si è rinunciato a fare teologia; si assiste ad un’inversione dell’attitudine accademica che ci lascia ogni giorno più attoniti: si mettono in discussione dogmi solennemente definiti, ma è impossibile approfondire e se necessario contestare quelle che sono, nel migliore dei casi, mere opinioni teologiche. Quest’attitudine, tuttaltro che scientifica e soprattutto sommamente incapace di soddisfare l’intelligenza, ha spinto alcuni chierici, studenti di ieri e di oggi, di atenei teologici romani a creare una tribuna nella quale ci si potesse confrontare in un dibattito teologico serio, che abbia come limiti della discussione il magistero della Chiesa con la sua tradizionale prudenza e non la politica ecclesiastica nel senso deteriore del termine.
Gli ideatori di questa impresa, che non ha la pretesa di sostituirsi alle grande riviste teologiche, vorrebbero rilanciare quella “fides quaerens intellectum”, che fu ed è la gloria della teologia cattolica, nello spirito della “disputatio theologica”, di qui il titolo scelto; lo stile degli interventi sarà quello di articoli brevi e, se necessario, con una bibliografia essenziale, senza sfoggio di erudizioni, di modo che ci si possa accostare con agilità ai grandi quesiti teologici, senza perdere la serietà scientifica, “ut serietate ac vigori argumentationis magis quam copiae eruditionis bibliograficae attendatur”, amava ripetere Timoteo Zapelena dalle cattedre della Gregoriana.
A seguito degli interventi sarà possibile intervenire con precisazioni teologiche oppure con una confutazione scientifica, alla sola condizione che non si tema la forza della verità e che, dismesso ogni spirito di bottega, ci si rammenti che la verità non è di Socrate né di Platone, ma è di tutti.
Sac. Stefano Carusi, coordinatore di “Disputationes Theologicae”


