30 marzo 2025

Tristezza, depressione e la Domenica di Laetare

 Qualche consiglio di San Tommaso d’Aquino

Quaresima 2025

 


La domenica di Laetare, in mezzo alla Quaresima tutta in viola, vede il sacerdote eccezionalmente con gli ornamenti rosa, l’organo risuona e i fiori, banditi nei quaranta giorni di penitenza, tornano solo in questo giorno sull’altare, proprio a rallegrare - a metà percorso - il fedele che ha preso sul serio la Quaresima e che il digiuno prolungato può aver intristito. Bisogna riprendere forza prima della Passione e del Venerdì Santo ed avere un assaggio della Pasqua. La liturgia coi suoi segni è pedagogica di verità più profonde e in questo caso ci conduce a fare un’analisi della gioia e quindi anche di ciò che vi si oppone, la tristezza, ovvero ciò che in termini più moderni e talvolta equivoci viene definito “depressione”.

E’ un peccato la “depressione”? Me ne devo confessare come una colpa? Forse e il discorso va certamente approfondito. Tuttavia al termine vago “depressione” è preferibile utilizzare quello classico di tristezza/tristitia, perché meno si presta a confusioni, oppure quello di accidia nel caso più specifico[1].

Come fa la tristezza ad essere un peccato? San Tommaso ci dice che la tristezza può essere qualcosa di cattivo a più titoli, ma lo è particolarmente secondo l’effetto che procura, ovvero quando ci prostra e ci fa ritirare dal bene. Quando ha per effetto di “buttarci giù” al punto di impedirci di fare il bene a noi possibile, quasi paralizzandoci, diventa infatti estremamente nociva[2]. E quando diventa volontaria o peggio, per quanto paradossale sembri, quando è volontariamente intrattenuta, ovvero quando con un intervento della mia volontà trascino quello stato o non lo combatto, come la ragione mi indicherebbe di fare, può essere un vero e proprio peccato da confessare[3]. Esso è più o meno grave a seconda della consapevolezza e della volontarietà che sempre si lega ad un atto umano. A meno di eventi eccezionali e rari infatti, la volontà interagisce in ogni nostra azione. Va quindi distinta la tristezza in quanto passione, dall’atto volontario o addirittura dal vizio intrattenuto.

Se ad esempio ho appreso della morte di una persona cara o se un grave male sopraggiunge è naturale essere tristi, in questo caso siamo di fronte a ciò che in teologia tomista si dice una passione, ovvero qualcosa che l’anima in certo modo “subisce” e che la influenza in un senso o nell’altro senza che vi sia colpa o merito. Le passioni infatti, in sé, non sono peccato finché non interviene la volontà[4]. Anzi la moderata tristezza come passione può avere le sue ragioni e, contrariamente a quel che il mondo edonista di oggi propala, può addirittura essere cosa buona e giusta esser tristi se un male interviene, ma ad alcune condizioni. Anche la Madonna Santissima sotto la Croce provò tristezza. Come si può non essere tristi se il proprio Figlio viene crocifisso tra malfattori, in più così ingiustamente? Ma la tristezza di Maria non fu mai immoderata, restò sempre nella misura e nell’ordine della ragione senza “prostrare l’anima”, la quale al contrario, pur fra le lacrime, rimaneva sempre piena di speranza nella Resurrezione. In un caso proporzionato quindi la tristezza deve anche avere il suo legittimo spazio[5].

11 febbraio 2025

Pastorale? Ecco qua!

Riceviamo e pubblichiamo

11 febbraio 2025, Madonna di Lourdes



Vorrei condividere con voi questo grande dolore che porta il mio cuore! Conosco e vissuto nel peccato, riconciliata alla grazia, quindi lungi da me giudicare, ma portare la verità!

Ho una nipote che da tanti anni si è dichiarata omosessuale ufficialmente anche con tutta la famiglia. Da qualche anno vive con una ragazza e ultimamente parla di matrimonio e fecondazione.

Un po’ di tempo fa avevo provato a parlarle cercando di farle capire che questo rapporto non va bene, le avevo fatto vedere delle testimonianze anche di persone note che con l’aiuto della preghiera hanno capito l’inganno, ma senza risultati, anzi ultimamente si vantano di ciò di cui si dovrebbero vergognare, si esibiscono in atteggiamenti amorosi anche davanti ai bambini che rimangono confusi…

Un giorno una persona le faceva notare che nella Bibbia c’è scritto che l’omosessualità è un abominio agli occhi di Dio,…ha risposto che non la conosci…perché anche il Papa accoglie tutti tutti…e benedice ogni unione, che dobbiamo accogliere e non giudicare. Adesso anche il predicatore pontificio afferma certe oscenità e aumentare la loro certezza di essere nel giusto!

Come possono vedere il loro peccato, se chi ti dovrebbe correggere e portare alla verità afferma il contrario?

Chiedo per amore cristiano ai sacerdoti, a chiunque ha facoltà di far ritirare questo documento, di intervenire affinché la verità venga detta per la salvezza di tutte queste persone.

Sia lodato Gesù Cristo


Lettera firmata


10 dicembre 2024

Il documento finale del Sinodo sarebbe “magisteriale”?

 La nozione di “Magistero” tra autocrazia e pseudosinodalità


10 dicembre 2024, Traslazione della Santa Casa di Loreto


Foto AFP


Il 25 novembre 2024 è uscita una “Nota di accompagnamento del Documento finale della XVI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi del Santo Padre Francesco”, nel quale emerge di fatto la volontà d’imporre le conclusioni del Sinodo ricorrendo addirittura alla nozione di “Magistero ordinario del Successore di Pietro” con tanto di altisonanti riferimenti normativi al Catechismo. Tuttavia - con un meccanismo che i fedeli alla Tradizione ormai conoscono da tempo - da una parte si lascia intendere in maniera imprecisata che si dovrebbe obbedire al “magistero di Pietro”, dall’altra non si viene meno alla retorica democratico-sinodale per cui la verità sarebbe un consenso maturato raccogliendo “i frutti di un cammino scandito dall’ascolto del Popolo di Dio” nel quale “la Chiesa tutta è stata chiamata a leggere la propria esperienza e a identificare i passi da compiere per vivere la comunione, realizzare la partecipazione”. Un po’ di retorica modernista sul popolo in cammino che prende (auto)coscienza di sé e si (auto)fabbrica la verità strada facendo, nel confronto orizzontale senza autorità, ed un po’ di “sano autoritarismo giacobino”, per cui si obbedisce e basta. “Autoritarismo giacobino” abbiamo detto e non legittimo esercizio del Potere della Chiavi, non per irriverenza, ma per una ragione fondamentale : l’oggetto. Mentre gli autocrati rivoluzionari imponevano una nozione di obbedienza fondata sulla loro stessa autorità, la Chiesa Romana esigeva la giusta sottomissione a verità di fede (l’oggetto del credere) rivelate da Dio e di cui le autorità erano solo custodi. Quindi imporre in maniera autoritaria ciò che non è verità di fede, ma prevalentemente affermazioni politically correct, ricorrendo contemporaneamente ad una vaga nozione di verità del “Popolo in cammino”, o meglio dei suoi autorizzati interpreti, e ad un’ancor più vaga nozione di Magistero, senza giustificare minimamente quale sia il legame di certe novità con la Rivelazione divina, è un’operazione quantomeno scorretta.

Segnaliamo anche, a chi non ha perso il ragionamento con consequenzialità logica, che nella Nota a tratti sembra quasi di leggere che in fondo, con autorità magisteriale si sta definendo che…non c’è una verità stabile da credere…ma sarebbe doveroso che tutti obbedissero. Ricordiamo che per il modernista, la contraddizione non è mai stata un problema, specie se in suo soccorso viene l’autoritarismo…Sta di fatto che il sito della diocesi di Torino già dal 26 ottobre scorso titolava secco: “Il Documento finale del Sinodo ha valore di Magistero”.

Una tecnica molto “sudamericana” e ben poco “cattolico-romana”, che però di fatto già preoccupa alcune coscienze poco formate, che si troverebbero nel dilemma se, criticando a ragion veduta il documento sinodale, non rischiano di “disobbedire al Magistero”. A parte l’ipocrisia di certi procedimenti ricordiamo che - sebbene in maniera altalenante ed ambigua - lo stesso documento non è andato oltre la nozione di “insegnamento autentico”, su questo punto ricordiamo quanto scritto da Mons. Gherardini su queste pagine, mutatis mutandis, in merito al “valore magisteriale del Concilio Vaticano II”, ovvero che il “magistero autentico” (o “insegnamento autentico”) non comporta necessariamente l’infallibilità, sia esso proveniente dal Romano Pontefice, dal Concilio unito a lui e da un Sinodo di Vescovi approvato dal Papa. Tale insegnamento, qualora di insegnamento si tratti, può ragionevolmente essere criticato e si può anche richiedere che esso venga ritirato, laddove vi siano fondati motivi e laddove emerga la contraddizione col costante insegnamento della Chiesa o addirittura col diritto naturale, come nel caso scandaloso di Fiducia Supplicans.

Invitiamo a rileggere sulla nozione di “Magistero”, “Magistero autentico” e possibile fallibilità di esso i nostri articoli:

Notiamo infine come anche in questo Sinodo non sono mancate resistenze, segno dell’indefettibilità della Chiesa.


La Redazione

15 settembre 2024

Fermare l’immigrazione selvaggia: la vera dottrina cattolica

E nessuno inventi nuovi peccati

                                               15 settembre 2024, Madonna dei Sette Dolori


Il monumento all'immigrazione in Piazza San Pietro


Ai nostri lettori che ci chiedono un opinione su quanto affermato da Francesco a proposito dell’immigrazione odierna e del peccato grave che costituirebbe il volerla fermare, rispondiamo con due contributi che cercano di sintetizzare la dottrina di San Tommaso d’Aquino in materia, linkati in calce e da leggere come testi che si integrano reciprocamente. Appare con evidenza, aldilà del fattore teologico, che siamo oggi davanti alla capitolazione più spudorata al pensiero mondialista e politicamente corretto, cui si aggiunge lo scandalo d’inventare nuovi peccati allorquando si è favorito l’oscuramento dei peccati di sempre, si veda ad esempio Fiducia Supplicans.

Disputationes Theologicae


Le nostre due risposte:


  1. Immigrazione e ordine nella carità

L'"accoglienza" indiscriminata è la negazione dell'amore di Dio

Obbligo d’accoglienza” dello straniero a qualsiasi costo anche contro il bene comune. E’ il nuovo dogma, non rivelato da Dio, ma propagandato pressoché senza distinzioni da tutte le centrali del potere massonico. E’ evidente che un cuore cristiano... (continua la lettura).



  1. Aiutare gli stranieri più dei compatrioti è immorale?

San Tommaso d’Aquino sul dovere di aiutare i vicini


Nell’articolo pubblicato nei mesi scorsi (Immigrazione e ordine nella carità, l’“accoglienza” indiscriminata è la negazione dell’amore di Dio) abbiamo affrontato la questione dell’ordine nell’esercizio della carità, con particolare riferimento al problema dell’immigrazione, compresa quella islamica, specialmente in rapporto al bene comune della società naturale e soprannaturale. Il presente articolo, che è in stretta relazione col precedente di cui è uno sviluppo, vuole offrire alcuni commenti di quei passaggi che in San Tommaso descrivono l’esercizio della carità soprattutto relativamente al problema se sia giusto o meno occuparsi prima e di più dei propri connazionali che non degli stranieri. Quando un membro della nostra famiglia, un compatriota o un commilitone viene trattato allo stesso modo dello straniero, ci può essere materia di peccato ed anche di peccato grave? Vedremo la risposta di San Tommaso d’Aquino (continua la lettura).

16 luglio 2024

Cos’è il Cielo?

E gli aspetti “secondari” del Paradiso

16 luglio 2024, Madonna del Carmelo


Luca Giordano, Gloria di Sant'Andrea Corsini

Scrive San Giovanni Crisostomo : “Che cosa vi è di più felice di quella vita? In essa non si temono la miseria o la malattia, nessuno ferisce e nessuno viene ferito, nessuno provoca all’ira, nessuno viene provocato; nessuno va in collera o è preso dall’invidia, o brucia per indegna concupiscenza, nessuno vive in ansia per l’acquisto degli articoli di necessità, nessuno si lamenta del magistrato o del principe. Ogni tempesta d’affetti è placata, tutto è in pace, nella gioia, nell’allegrezza; tutto trascorre tranquillo e nella serenità; tutto è giorno, splendore, luce; ma non la luce di questa terra, verrà un’altra luce tanto più splendida di questa, quanto la luce del giorno è superiore a quella della lucerna. Ivi non c’è vecchiaia, né i suoi acciacchi, ma tutto ciò che tende alla corruzione viene eliminato, perché ovunque regna la gloria incorruttibile. E ciò che è più bello di tutto, godranno dell’amicizia di Cristo insieme con gli Angeli, con gli Arcangeli, con le supreme potestà1.

Con l’Ascensione il Signore ha spalancato le porte del Paradiso ai Profeti, ai Padri, ai santi che attendevano nel Limbo dei Patriarchi di poter godere pienamente di quella beatitudine tanto attesa. Il Capo doveva entrare perché tutto il Corpo mistico potesse avere accesso al Cielo, laddove la nostra mente sarà irrobustita per contemplare la Santissima Trinità e partecipare ad una gioia simile a quella di cui gode Dio, contemplando Se stesso.

Al cielo rimarremo uomini quali siamo, ma questa nostra povera mente sarà dilatata, per così dire, fino a poter vedere Dio. Discorso difficile da spiegare per noi. Come tutte le cose grandi sappiamo che ci sono, ma non sappiamo dirlo e non perché sono oscure, dice S. Ireneo, ma perché le cose troppo luminose abbagliano gli occhi, e solo quando lo splendore di Dio si riverbera in noi, le capiamo. Solo immersi nella luce ne percepiamo lo splendore2.

Beati i puri di cuore perché vedranno Dio (Mt 5,8), dice la Sacra Scrittura. Non sarà la potenza dell’intelligenza naturale, ma il merito derivante dalla purezza del cuore ad aprirci la visione di Dio, Egli ci elargirà il lumen della gloria per poterlo vedere. Potenzierà mirabilmente il nostro intelletto perché possa essere proporzionato ad un oggetto tanto grande.

Ma cos’è la beatitudine del Cielo?

8 maggio 2024

Funerali da pianto

Riceviamo e pubblichiamo

8 maggio 2024, Apparizione di San Michele Arcangelo



Caro Disputationes Theologicae,

certamente le lacrime si addicono a una dipartita, ma qui è a un altro dolore che mi riferisco: quello per il maltrattamento della fede e della pastorale cattoliche – mentre la desacralizzazione continua banalmente ad avanzare – che abbonda in queste occasioni. Almeno da queste parti, ma abbiamo motivo di temere di non essere un caso raro (un po’ per le idee dominanti e un po’ per la pressione sociale in tal senso).

I dolori iniziano già prima della Messa esequiale, con il calo vertiginoso verificatosi negli ultimissimi decenni della dicitura, nei consueti manifesti funebri, “munito dei conforti religiosi” (che costituisce una testimonianza e un pro memoria: si muore coi Sacramenti). La scristianizzazione, dirà qualcuno…Certo (ma undici anni fa non dicevano che Papa Francesco sta cambiando il mondo?). Ma è anche vero che, generalmente parlando, non si predica più sui Novissimi. Non lo si fa coi praticanti, quando le letture della Santa Messa ne offrono lo spunto; e non lo si fa coi numerosi non praticanti presenti ai funerali, quando l’occasione darebbe modo di ricordare direttamente anche a loro: in questa vita fuggevole ci giochiamo l’Eternità. Negli odierni tempi così francescani (o franceschiani), quando risuonano queste parole del Santo di Assisi “guai a quelli che [la morte] troverà ne li peccata mortali”?

Invece si fanno banali panegirici del defunto (perlopiù neanche conosciuto dal celebrante), conditi spesso coi ritornelli che egli “ha servito gli altri” e che “della vita rimane il bene che si è fatto agli altri”.

Non poche volte si sentono, anche dal pulpito, espressioni il cui senso logico ovvio è che il defunto (chiunque sia) è in Paradiso. Un parroco addirittura disse testualmente che non i defunti hanno bisogno delle nostre preghiere, ma [soltanto] noi abbiamo bisogno delle loro. C’è pure un canto funebre che lo suggerisce abbastanza apertamente: “quando busserò alla Tua porta/ avrò fatto tanta strada/ avrò mani bianche e pure…”. Qui oggettivamente si nega non soltanto il dogma dell’Inferno (cfr. Salvaci dalla dannazione eterna), ma anche quello del Purgatorio.

Ma se quando uno muore “avr[à] mani bianche e pure”, quale solidità dovrebbero avere elementi residuali come la S. Messa di Settima e il pro memoria della possibilità delle indulgenze a novembre? Perché suffragare con zelo dei morti che hanno mani bianche e pure? Non c’è dietro anche la costitutiva contraddittorietà del modernismo, denunciata già da San Pio X nell’enciclica Pascendi?

Spesso inoltre, durante la Santa Messa esequiale, salgono sull’ambone dei laici a tenere degli interventi, in pratica dicendo liberamente del morto quanto passa per la mente a loro o ai suoi ambienti in genere.

In questo “spazio vitale” (K. Rahner!) si dovrebbe tout court “integrarsi” e “camminare insieme”?

Giacomo Santini