Sul progressismo (senza vera teologia) di certi Vescovi
25 agosto 2026, San Luigi Re di Francia
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| Migranti attraversano il confine dal Marocco all'enclave spagnola di Ceuta (AP Photo/Antonio Sempere) |
“Avvenire”,
che in teoria dovrebbe essere un giornale cattolico ed esprimere il pensiero
dei Vescovi italiani, pubblicava (o commissionava) il 28 gennaio 2025 un
articolo di Valeria della Valle, tuttora in rete in bella mostra, dal titolo: “Remigrazione”, tutto sulla parola che piace
all’estrema destra. L’autore, che di per sé sarebbe linguista, spiegava ai
lettori, ma pontificando con pose da corso di teologia morale, che tale
neologismo altro non sarebbe che una maschera per contrabbandare una pratica «
eticamente condannabile ». Il quotidiano ufficiale dei Vescovi, che ormai - a
dispetto di quei Pastori italiani che non ne condividono l’impostazione e la
cui voce è tacitata - è diventato l’organo del partito progressista del
Cardinale Zuppi (…o del PD tout court),
dovrebbe però sapere che, quando ci si esprime in termini di teologia morale, è
capitale che il pensiero quanto al contenuto sia conforme alla dottrina della
Chiesa e quanto alla spiegazione sia strutturato intellettualmente e non
ideologicamente. Sta di fatto che tra interventi mirati e astuzie editoriali di
“Avvenire”, il risultato per il
lettore medio, oggi ben poco incline alla riflessione, è che la Chiesa non
potrà mai approvare la “remigrazione”, che è diventato un peccato inammissibile
“contro la carità”. Da annoverare verosimilmente fra i nuovi peccati comparsi
in epoca bergogliana (cfr. Fermare
l’immigrazione selvaggia:la vera dottrina cattolica. E che nessuno inventi nuovi
peccati).
Il pensiero cattolico tuttavia - fides quaerens intellectum - non tollera
né le semplificazioni da osteria né le circonvoluzioni pseudointellettuali dei
circoli accademici catto-comunisti, ma esige un solido fondamento che soddisfi
l’intelligenza in ossequio alla Divina Rivelazione. Il resto è ideologia da
club giacobini e come tale “carta straccia”.
Utilizziamo il termine “carta straccia”
per alcuni articoli di “Avvenire” perché,
sebbene rispettosi di altri suoi interventi più approfonditi e di ben più
validi collaboratori, sentiamo il dovere di mettere in guardia i lettori
sacerdoti e fedeli da devianze ormai non più tollerabili.
