6 marzo 2022

Lettera aperta al Cardinale Maradiaga

Riceviamo e pubblichiamo

Quaresima 2022


Dopo oltre otto anni, la seguente lettera - i cui contenuti non hanno perso d’attualità - non ha avuto risposta. Per le voci critiche di un certo tipo - invece della sbandierata “apertura” - si sono piuttosto visti provvedimenti (da rimozioni cardinalizie al regime restrittivo di “concessioni” del rito tradizionale) volti a ridurre al silenzio, favorendo così l’opportunismo, lo scoraggiamento e l’esasperazione. N.d.R.


Lettera aperta al Card. Maradiaga    

Febbraio 2014 

A S.E.R. il Sig. Card. Oscar Andrés Rodríguez Maradiaga

Coordinatore della “Commissione dei Cardinali


E, p.c.,

Ad alcuni altri Porporati

 

«Io prometto: di non diminuire o cambiare niente di quanto trovai conservato dai miei probatissimi antecessori, e di non ammettere qualsiasi novità, ma di conservare e di venerare con fervore, come vero loro discepolo e successore, con tutte le mie forze e con ogni impegno, ciò che fu tramandato […] Se pretendessi di agire al di fuori di queste cose, o di permettere che altri lo faccia, Tu non mi sarai propizio in quel giorno tremendo del divino giudizio» (dal Giuramento dei Papi il giorno della loro Incoronazione, ovvero il lato umile degli “orpelli”: sulla grandezza e il limite del potere pontificio).

 

Eminenza Reverendissima,

nell’intervista rilasciata da Vostra Eminenza a la Repubblica, organo della sinistra massonica in Italia, il 22 novembre u.s., Ella, in risposta alla domanda del giornalista “Perché in conclave avete scelto Bergoglio?”, ha affermato: "È stato lo Spirito Santo. Quel giorno non era in vacanza né stava facendo una siesta. Bergoglio aveva già dato le dimissioni da arcivescovo di Buenos Aires, aspettava il successore per andare in pensione. Non pensava all'elezione e aveva in mano il biglietto di ritorno. Invece lo Spirito ha suggerito un nome diverso dalla curia e dall'Italia". Seguendo l’umorismo della Sua risposta, e fiduciosi nello spirito salesiano di V. E., ci permettiamo di presentare con franchezza alla Sua attenzione alcune perplessità che abbiamo a riguardo, aprendoLe liberamente il cuore.

Per la verità - stando alla logica della risposta, che peraltro sembra andare oltre la domanda - «lo Spirito» sembrerebbe aver illuminato ancor di più proprio la Repubblica di Eugenio Scalfari (e ambienti retrostanti): giacché sta di fatto che questi aveva indovinato il nome del nuovo Papa già alcuni giorni prima, mentre il diretto interessato ha detto di averlo pensato soltanto mentre veniva eletto, e già dopo il settantasettesimo voto (cfr. il favorevolissimo A. Tornielli Francesco Insieme, pp.68-69).

E non dubitiamo che il card. Bergoglio avesse in mano il biglietto di ritorno per Buenos Aires, ma dobbiamo registrare anche qualche elemento contrastante: tralasciando la sua indicazione del povero don Giacomo Tantardini come proprio segretario se fosse stato eletto (e don Giacomo Tantardini è morto un anno prima dell’elezione); tralasciando la campagna elettorale che già nel 2005 sembra avergli fatto il diplomatico mons. Pietro Parolin, ora Cardinale Segretario di Stato; tralasciando le visite in incognito, ancora non chiarite, del card. Bergoglio a quel tempio clerico-mondanocurial-mondano che risulta essere l’Accademia Ecclesiastica, proprio le settimane precedenti l’ultimo Conclave; tralasciando che il «nome» dell’eletto è stato sì «diverso dalla curia» quanto occorreva, ma non tale da impedire a influenti curiali di consentirne l’elezione, né tale da far sì che l’area diplomatica curiale “uscisse male” dal Concistoro – che invece ha vistosamente penalizzato altre aree ecclesiastiche; tralasciando parecchie cose, resta in ogni caso che agli amici, che nei giorni del «biglietto» si applicavano a fargli campagna elettorale, «pensa[ndo]» e lavorando con molta discrezione «all’elezione», aveva detto che se lo avessero eletto avrebbe accettato, avrebbe vigorosamente fatto pulizia in Vaticano e si sarebbe guardato dal prendere un caffè nel Palazzo papale (già preconizzando di risiedere altrove).

In realtà, la domanda posta faceva chiaramente riferimento alle dichiarazioni rilasciate a L’Espresso – rivista collegata a la Repubblica e appartenente al medesimo gruppo editoriale – da un Suo Confratello del Sacro Collegio, il card. Barbarin (29 ottobre 2013). Secondo il Porporato francese, il card. Bergoglio sarebbe stato eletto sulla base di un intervento nel quale egli avrebbe «detto testualmente»: «ho l’impressione che Gesù è stato rinchiuso all’interno della Chiesa e che bussa perché vuole uscire, vuole andare via». Queste affermazioni di un Cardinale elettore, peraltro attribuite a colui che siede sul Soglio di Pietro ed espressamente presentate alla rivista come testuali – quantunque in diretto contrasto con qualche sua omelia da Papa –, di non facilissima interpretazione e comunque mal corrispondenti al concetto di una espansione missionaria della Chiesa di Cristo con il darle nuovi figli, sono comparse sotto il titolo Papa Bergoglio: Cristo vuole uscire dalla Chiesa. E sono state comprese dalla redazione, da molti lettori, come una legittimazione della vecchia pretesa, ereticale e massonica, di separare Cristo dalla Sua Chiesa; così pensando tranquillamente di poter stare con Cristo pur ostinandosi a rifiutare, per dirla con Sant’Ambrogio, «ciò che è proprio di Cristo».

17 gennaio 2022

« Credo nella Scienza » …o nel consenso emotivo?

 Moralità del “credere” ai dati scientifici

17 gennaio 2022, Sant’Antonio Abate



« Io credo nella scienza », « bisogna credere nella scienza », ecco la frasi che risuonano oggi ad ogni piè sospinto per richiedere o giustificare il proprio aprioristico assenso ad un insieme di dati “scientifici”, compresi quelli che talvolta non possono essere conosciuti se non da pochissimi esperti e forse con certezza nemmeno da loro. Di fatto oggi si assiste, su uno sfondo di interessi stratosferici, alla fusione di una supposta “Fede nella Scienza” con l’emotività sapientemente condotta dalle briglie dei Media, cui si tributa a sua volta un cieco assenso. Ed è proprio quello stesso consenso mediatico, che non risparmia il ricorso all’irrazionalità isterica, ad invocare incessantemente la copertura della “scienza” in cui « si deve credere ». Gli stessi che sofisticamente ci avevano insegnato fino a poco tempo fa che la “Scienza” (quella con la maiuscola) esclude ogni credo, men che meno in Dio, ci dicono oggi che bisogna « credere nella scienza » ed alcuni ecclesiastici sono persino giunti, nell’asservimento imperante ai poteri mondani, a dire che è grave peccato non obbedire alle tesi correnti “della scienza”.

Come è possibile che lo scientismo di matrice razionalista si stia sposando così bene con l’emotività d’ispirazione immanentista e quindi assai poco “razionale”? La ragione profonda di questo matrimonio sta nella morte della filosofia del reale, quella del buon senso su cui si fonda la metafisica classica e nello scientismo che, in fondo fin dalla sua nascita, ha bisogno per sopravvivere dell’immanentismo, ovvero di una fervida attività dell’io, creatore di realtà, che si sostituisce alla metafisica reinventando il reale, magari ricorrendo alla matematica laddove la matematica non ha molto da dire. E’ così che i connotati dello scientismo diventano quelli di una vera e propria religione, religione rivelata in più, non certo da Dio, ma dagli organi che “rivelano” il pensiero corretto, esigendo l’assenso e creando il consenso. Questo processo, che a rigor di logica è antiscientifico, merita un lungo approfondimento, in quest’articolo concentriamo per il momento l’attenzione sull’asserzione ormai quasi dogmatica « io credo nella scienza » e sui suoi risvolti morali.



« Io credo

Prima di tutto « io credo ». Cosa significa “credere”? Restando a livello naturale e senza voler entrare nel discorso sulla fede infusa che non è il nostro oggetto, si può affermare che “credere” vuol dire sottomettere l’intelligenza ad un oggetto non evidente in sé oppure evidente in sé, ma non a colui che crede.

Per fare qualche esempio possiamo pensare alla nostra data di nascita, mia madre ha evidenza che essa sia avvenuta il 3 gennaio, io no. Credo alla sua parola perché ella sa con certezza e non mi inganna. Questa certezza viene detta “evidentia in attestante”. Ovvero mi fido di colui che attesta, il quale ha conoscenza diretta ed evidenza di quanto afferma. In ambito scientifico questo tipo di assenso è quello che viene da chi crede ad uno scienziato che ha fatto un esperimento il quale con certezza assoluta ha dato un risultato, risultato evidente e certo per lo scienziato, ma non per l’allievo che gli “crede”, perché “ha fede in lui”, in questo caso prudentemente. Diverso è il caso in cui non ci sia nessuna prova certa nemmeno da parte dello scienziato che studia, in tal caso la certezza diminuisce, perché manca l’ “evidentia in attestante”. E’ il caso, ad esempio, di cosa ci sia al centro della terra, un dato che non è evidente a nessuno e non lo sarà per qualche tempo. Se affermo che c’è un nucleo incandescente lo faccio per fede, fede naturale in un’ipotesi scientifica che, presente in tutti i libri di scuola, è diventata “consenso”, forse anche credibile, ma che resta ipotesi per lo studioso che se l’è inventata e che ci crede non per “scienza” in senso stretto, come vedremo. Affermazione che rimane ipotesi per lo scienziato e per l’allievo che ha deciso di credergli. In questo caso, rispetto al caso precedente, gli atti di fede sono almeno due, il primo è quello dello scienziato alla propria teoria - sia essa fondata - il secondo è quello dell’allievo che a sua volta crede allo scienziato. Se poi c’è una catena d’intermediari gli atti di fede si moltiplicano. Se poi tutta una “comunità scientifica” ha deciso di credere all’ipotesi non dimostrata da nessuno, ci sono tanti atti di fede almeno quanti sono gli scienziati “credenti” al nucleo incandescente che nessuno ha mai visto, né perforato con esperimenti di carotaggio, ma solo ipotizzato in ragione di alcuni “effetti”. Qui per completezza va ricordato anche un fenomeno che di scientifico ha ben poco, infatti la pretesa dello scientismo di dare risposte a tutto soffre di dover tacere su questioni fondamentali, quindi davanti ad alcuni misteri della natura non ancora chiariti preferisce aver fede in un’ipotesi e se necessario uniformare il consenso di fede. Un po’ come ammisero tempo fa alcuni scienziati: « Dobbiamo credere al darwinismo - anche se le prove sono scarse - perché altrimenti non resta che il creazionismo », ma siccome la Creazione è un’ “eresia” condannata dal loro dogma, non ci si può nemmeno riflettere…

18 novembre 2021

Parla il domenicano che ha dato la Comunione a Biden

L’abominio della desolazione nel luogo santo

18 novembre 2021, Dedicazione della Basiliche di S. Pietro e di S. Paolo



Un nostro lettore Alessandro C. ci ha inviato un link ad un articolo del Corriere della Sera del 30 ottobre 2021 contenente le dichiarazioni del sacerdote che ha sfrontatamente dato la Comunione all’abortista Joe Biden proprio a Roma:

Il presidente Usa Joe Biden in serata ha partecipato alla Messa nella chiesa di San Patrizio, in via Boncompagni, a poche centinaia di metri dall’ambasciata degli Stati Uniti. […] Biden ha ricevuto la comunione il giorno dopo che il Papa gli ha detto di continuare a ricevere il sacramento, nonostante l’opposizione di alcuni conservatori [in realtà l’opposizione è ben più consistente, è la linea dell’episcopato americano, ndr] in America che contestano la sua posizione sull’aborto. Il presidente riceve regolarmente l’eucarestia nelle diocesi di Washington e Delaware, ma fare la comunione a Roma ha per lui un significato particolareIl Papa, tecnicamente, è il vescovo di Roma, e la parrocchia di San Patrizio è parte della sua arcidiocesi. Alla funzione erano presenti circa 30 persone. I Biden si sono seduti nell’ultima fila, dove era stato scritto «riservato». La Messa è stata celebrata da padre Joe Ciccone, che non ha fatto alcun annuncio speciale ai presenti. «La comunione è ciò che ci unisce nel Signore, nessuno di noi è puro e perfetto, siamo tutti santi e peccatori» ha commentato il sacerdote al termine della celebrazione.

Ringraziamo il nostro lettore e rispondiamo che con ogni evidenza un gesto di tale portata ed una dichiarazione così grave proprio a Roma, difficilmente sono il frutto dell’estemporanea scelta di Padre Ciccone, tenuto conto anche del fatto che la notizia del consenso di Papa Bergoglio non è stata smentita. L’America intera e non solo l’America aspettava di sapere cosa sarebbe successo quel giorno nella Città santa. E poiché a tutt’oggi non risulta che Padre Ciccone sia stato punito - non diciamo con quella severità e quell’acredine che si sa usare contro il campo conservatore, ma nemmeno con una leggero richiamo di facciata, come facevano almeno i comunisti degli anni ’70 con “i compagni che sbagliano” -, è lecito pensare che gli eventi siano stati orchestrati. Orchestrati, se così fosse, vigliaccamente col solito metodo marxista già ampiamente descritto nelle nostre colonne, per cui si si agisce cambiando la prassi laddove non si può cambiare la dottrina, dando il Corpo di Cristo pubblicamente a chi evidentemente non può riceverlo. Stavolta però c’è anche qualcosa di più rispetto ad Amoris Laetitia, c’è una certa struttura “teologica” invocata a supporto della prassi ereticale che, a meno di improbabili smentite, è la conferma, anche visto il luogo che è stato teatro dei fatti, dell’avanzata dell’ “abominio della desolazione nel luogo santo”. Le dichiarazioni, riportate senza le necessarie distinzioni e inoltre in stretta associazione con la profanazione pubblica dell’Eucarestia appena compiuta, non sono né più né meno che la stantia teoria luterana del “simul iustus et peccator”. La profanazione dell’Eucarestia si compie in nome del “siamo tutti santi e peccatori” e la dottrina cattolica sullo stato di grazia, la distinzione cattolica tra stato di peccato mortale (pubblico e sociale, per giunta, nel caso di Biden), che impedisce l’accesso alla Comunione, e stato di grazia con qualche peccato veniale che invece lo permette, viene seppellita proprio con la … “teoria della prassi” della Comunione al Presidente americano. A Roma per giunta, pubblicamente nella Città santa. Rinviamo alla lettura di “L’intrinseca malizia della Comunione sacrilega”.

Stavolta le parole di Padre Ciccone (ispirate da chi a Roma dove “non si muove foglia che Papa non voglia”?) mostrano che si sta ormai oltrepassando la fase della sola “prassi eretica”, giungendo alla sua teorizzazione. Quanto denunciato sul nascere nel 2014 trova purtroppo oggi sempre maggiori conferme: "L’influsso di Lutero dietro la “tesi Kasper”?"


Associazione chierici “San Gregorio Magno

29 settembre 2021

“Traditionis custodes” e i giochi del Conclave

Tra interessi “curialeschi” e ipocrisia

29 settembre 2021, San Michele Arcangelo

 

Bergogliani


Una fedele di Bordeaux si è rivolta alla nostra Redazione in merito a Traditionis custodes, il testo che di fatto quasi proibisce la celebrazione della Santa Messa tradizionale, e in merito alla relativa risposta servile data dai Superiori degli Istituti tradizionali appartenenti alla Commissione “Ecclesia Dei”, ormai definitivamente soppressa, come è soppressa (anche in teoria) quella logica di protezione delle realtà tradizionali che Giovanni Paolo II le aveva attribuito. La nostra lettrice ci riferisce che, su sua domanda espressa, il testo dei Superiori degli Istituti tradizionali Riuniti a Courtalain è stato definito da un sacerdote responsabile di Saint Eloi sufficientemente ambivalente perché possa esser letto nei due sensi, il “tradizionalista” non scopre le sue carte su come la pensa, il Vaticano può leggerlo come un’accettazione piena nel Vaticano II. A questo si aggiunge l’informazione che il Superiore per l’Italia del medesimo Istituto del Buon Pastore, su indicazione del Vicario Generale della diocesi di Ascoli Piceno, ha proclamato dal pulpito - solennemente rivestito di sacri paramenti - tutto il testo di Traditionis Custodes, fin nei passaggi che fino a poco tempo fa sarebbero stati giudicati dallo stesso inaccettabili. E poi, a fine Messa, al fedele che scandalizzato ha chiesto spiegazioni è stato risposto: “disobbedire a questa disposizione pontificia sarebbe come peccare contro lo Spirito Santo”. E siccome il servilismo provoca anche schizofrenia, un sacerdote dello stesso Istituto dice - in privato - che il Documento dei Superiori Riuniti a Courtalain è vergognoso ed è frutto delle pressioni (provenienti dalla Segreteria di Stato?) esercitate nella riunione tramite Mons. Wach e su cui non tutti i firmatari erano d’accordo in un primo momento. Si tratta dello stesso sacerdote di Ascoli Piceno?

Mettendo da parte il doppiogiochismo interessato, a noi pare gravemente ingiusto dare tutta la colpa all’Istituto del Cristo Re, che certo non brilla per critica pubblica delle eresie moderne, ma che non aveva il potere di imporre nulla a nessuno. Ciascun sacerdote degli Istituti firmatari si assuma la responsabilità di ciò che è stato firmato dal Capo. Aristotele dice che quel che fa il Capo, lo fa la società intera, restando al singolo la possibilità di dissentire. Pubblicamente però. Sì, perché se davanti a tutti è stata proclamata una posizione che investe l’intero Istituto e se tale posizione è inaccettabile in coscienza, almeno per qualche sacerdote e anche per qualche battezzato, si ha il dovere di dissentire davanti a tutti. Altrimenti il silenzio equivale ad una sottoscrizione, aldilà dei pettegolezzi detti sottovoce.   

 Ad onor del vero nei ranghi della Fraternità San Pietro, si erano notate nell’immediato, nella seconda metà di luglio, delle prese di posizione pubbliche un po’ più coraggiose che altrove ed anche dei commenti non disprezzabili, qualcuno ha ricordato anche per iscritto la possibilità della famosa “critica costruttiva”, che - non più difesa dall’IBP - era stata fatta propria da alcuni sacerdoti un po’ più intraprendenti della FSSP. Purtroppo tutto si è spento inesorabilmente dopo le prese di posizione del Superiore Generale ed ancor più dopo il Documento dei Superiori Riuniti. Documento definito lapidariamente da alcuni sacerdoti statunitensi della FSSP : “una capitolazione”. Anche qui però, a nostra conoscenza, il dissenso si è espresso solo in privato. Se dovessimo sbagliarci volentieri pubblicheremo una rettifica firmata. In merito alle posizioni delle Comunità Benedettine firmatarie, Le Barroux in primis, non trapela nulla per il momento, salvo l’unanime commento che, avendo grande familiarità con la lectio divina, sarebbero loro i fautori di quel profluvio di citazioni scritturali, la maggior parte delle quali riferite a sproposito. Qualcuno ha obiettato che ci sfuggirebbe il senso accomodatizio di un testo ironico, perché in fondo il Documento dei Superiori Riuniti, quando invoca pietà e misericordia, farebbe allusione alla “misericordia” tanto invocata e così poco  applicata per i tradizionalisti. Evocare comunque proprio quei passaggi latitudinaristi di Amoris Laetitia, che di fatto hanno permesso ai divorziati risposati di accedere alla Comunione, per invocare misericordia anche sulla Tradizione, se è una battuta non fa ridere per niente, se è segno della pavidità di certo mondo tradizionale, fa solo piangere. Il vecchio Eleazaro del Libro dei Maccabei si rigirerà nella tomba. A cosa serve poi nascondersi dietro un dito? E’ così che si serve con amore la Chiesa nella tempesta? Oportet aliquandum excessum facere direbbe San Girolamo e Sant’ Atanasio, ripreso da San Pio X, ci ricorda che nella difesa della verità cattolica è meglio l’eccesso che il difetto, finora invece si è visto solo il politicamente corretto…

E poi chiedere misericordia e pietà, se è giusto per il peccatore in quanto tale, se è giusto per ciascuno di noi in quanto peccatori singolarmente presi, è ingiusto se preso in quanto società o sacerdoti che, pur coi propri limiti, cercano di difendere la Tradizione. “Agnosce, o christiane, dignitatem tuam”.  

Per correttezza tuttavia dobbiamo aggiungere nel rispondere alla nostra lettrice che non sarebbe giusto soffermarsi solo su queste forme d’ipocrisia di quel “mondo tradizionalista” definito non sempre a torto “rallié” (in italiano diremmo “allineato”/“integrato”), cui si sono recentemente aggiunti a pieno titolo - pubblicamente e senza distinzioni - anche coloro che nel 2006 dicevano di voler avere una posizione più battagliera perché avevano ricevuto un preciso mandato da parte del Papa Benedetto XVI. Non sarebbe giusto perché sarebbe quantomeno incompleto. Infatti, attorno a Traditionis custodes, si stanno svelando molti cuori. Non ultimo quello della FSSPX bergogliana, che è la grande beneficiata del Papa dal volto latino-americano…ma dai metodi squisitamente curiali, il quale - a parole - non amerebbe “quelli che criticano il Vaticano II”. 

Per chi da anni segue le vicende sa bene che Disputationes Theologicae da tempo denuncia l’esistenza di un accordo…pratico (addirittura “praticone”), tra Papa Bergoglio e la FSSPX. Quelle che erano nostre deduzioni, seppur provviste di una certa evidenza per chiunque volesse leggere le vicende con onestà intellettuale, diventano addirittura lampanti per chi oggi abbia conservato un po’ di buon senso. Nessuno infatti è riuscito a spiegarci come sia credibile che la ragione profonda di Traditionis Custodes siano le “critiche al Vaticano II” che, Dio sa quanto timidamente, possono aver espresso (ma lo hanno fatto davvero?) gli Istituti “Ecclesia Dei”. 

Tra l’altro stando all’invocato pretestuoso ragionamento che grosso modo dice “siccome tra alcuni che celebrano la Messa tradizionale c’è qualcuno che insulta il Vaticano II, allora vi levo la Messa tradizionale” si potrebbe equamente rovesciare “siccome tra chi è ideologicamente fautore della Messa riformata di Paolo VI ci sono dei veri e propri eretici che negano i dogmi sanciti dalla Chiesa, allora vietiamo il Novus Ordo”, invece per quest’ultimo si parla benevolmente e ipocritamente soltanto di qualche “abuso” da correggere. Per gli eventuali eccessi di qualcuno si toglie di fatto a tutti la Messa gregoriana, per le aberrazioni degli amici modernisti, giusto un richiamo generico. 

A noi sembra invece che del Vaticano II non gliene importi più nulla a nessuno, nemmeno ai progressisti, proiettati a razzo come sono sul Vaticano Terzo, ma che lo si invochi piuttosto per manovre curiali…non ultimo in vista del prossimo Conclave, che pur si tenta di ritardare.

Se il motivo di tanta repressione verso la Messa tradizionale risiedesse davvero nelle prese di posizione divisive degli “Istituti tradizionali” sull’ultimo Concilio, perché davanti alle critiche, pur non prive di fondamento, ma espresse in maniera sguaiata, talvolta urlata e in alcuni casi anche senza un’adeguata struttura teologica da parte della FSSPX, non si agisce in maniera analoga? La ragione è dottrinale o politica? Di fatto oggi gli Istituti “Ecclesia Dei”  sono stati strozzati, mentre gli unici che possono continuare ad ordinare sacerdoti lecitamente e senza bisogno di lettere dimissorie per concessione di Papa Francesco, gli unici che possono confessare validamente e lecitamente senza chiedere i poteri ai Vescovi diocesani con l’accordo di Papa Francesco, gli unici che possano sposare validamente e lecitamente - dando un colpo di telefono al parroco a fine serata perché trascriva nei registri il matrimonio celebrato al mattino - in virtù di un riconoscimento reciproco col Papa di Fratelli Tutti sono proprio…i sacerdoti della FSSPX.

 Ma davvero qualcuno crede che tutto ciò sia un caso o una dimenticanza di colui che, forse troppo preso dalla preparazione del futuro Conclave, si è scordato di quel che dice la FSSPX e delle sue posizioni discutibili addirittura in materi di validità dei Sacramenti “Nuovi” (ripetiamo : non “corretta espressione dell’ortodossia”, non “piena legittimità dottrinale e canonica”, ma addirittura “validità”), mentre ha schiacciato quegli Istituti che, seppure in modi diversi, hanno almeno fatto lo sforzo di tenere in piedi un accordo canonico con Roma da anni ? Ce lo potrebbe spiegare l’abbé Jean Michel Gleize che con una durezza più vicina all’ideologia che alla teologia, ha attaccato senza pietà il pur criticabile Documento dei Superiori Riuniti senza abbordare le ambiguità di casa sua? Non è forse maggiore ipocrisia atteggiarsi a inflessibili difensori del dogma senza nessun compromesso con “la Roma modernista ed apostata”, come la chiamano loro, e al contempo chiedere - ed ottenere sottobanco - tutte le suddette concessioni? Concessioni che poi non sono solo in materia di Sacramenti, ma anche molto, molto concrete. Sono addirittura immobiliari. Come può essere giunto l’avallo romano all’acquisto da parte della FSSPX - anzi alla donazione da parte dell’Istituto religioso ! - di “una delle chiese più rinomate, belle e antiche di Vienna, in una posizione privilegiata”, come dice l’abbé Frei, proprio nei giorni della redazione di Traditionis Custodes ? Come è possibile che Mons. Huonder, già Vescovo di Coira, solo il 26 agosto scorso a Wangs, confermi solennemente che la sua scelta di passare la sua pensione in una casa della FSSPX è stata pienamente avallata e condivisa da Papa Francesco? Come è possibile che Mons. Huonder celebri pontificalmente al trono, nei priorati della FSSPX e attorniato dagli Assistenti Generali della medesima società il 25 settembre 2021 con l’incoraggiamento espresso di Bergoglio e che invece i sacerdoti regolarmente incardinati debbano chiedere cento permessi e non possano più celebrare nelle “chiese parrocchiali”? Via, non prendiamoci in giro…quale cieco non vede la realtà dei fatti? Ed ora, almeno, l’abbé Gleize della FSSPX, che Don Davide Pagliarani lascia liberamente insegnare a Ecône le sue posizioni ecclesiali alquanto discutibili (e non sempre teologicamente fondate), bilanciando così “a destra” l’accordo bergogliano e tranquillizzando la “Resistenza interna”, abbia almeno la compiacenza di risparmiare la morale, giacché alcuni Superiori “Ecclesia Dei” hanno peccato di pavidità interessata, ma almeno non si sono atteggiati a inflessibili salvatori della Chiesa. E poi loro il coraggio d’un accordo alla luce del sole almeno ce lo hanno avuto, non hanno mai detto come la FSSPX che per fare l’accordo ci voleva : 1) La liberalizzazione della Messa tradizionale. Ed è uscito Traditionis Custodes. 2) Il ritiro delle scomuniche. E invece nella lettera di accompagnamento a Traditionis Custodes si è tornati a parlare di “scisma” di Mons. Lefebvre. 3) La conversione di Roma a seguito delle discussioni dottrinali. La vede Don Davide Pagliarani? E adesso, invece di prendere le distanze, l’accordo pratico tra FSSPX e Papa Bergoglio continua fino al punto da far fuori…chi faceva scomodo ad entrambi.  

E aggiungiamo, quale altro inconfessabile patto si cela dietro questa promozione di fatto della FSSPX da parte di Bergoglio cui la FSSPX risponde spesso con più gratitudine e deferenza di quanto non facesse con Benedetto XVI? Ci sarà di certo un “do ut des”. Non ci saranno mica dei giochi pre-Conclave con legittimazioni incrociate di situazioni che invece sarebbero ampiamente delegittimate da ambo le parti? La FSSPX non starà mica barattando con la legittimazione di Bergoglio, criticato sì, ma riconosciuto come “indiscutibilmente legittimo”, quando invece qualche penna ha sollevato, sebbene non in forma categorica, dei dubbi (cfr. anche Che tipo di “dimissioni” sono quelle di Benedetto XVI?Benedetto XVI nel 2017 ha dato la Benedizione Apostolica ?!? )?

Papa Bergoglio infatti in cui, caduta la maschera francescana e simpaticamente “latino-americana”, sta venendo fuori tutto il curialismo progressista italiano e tedesco, da una parte - in nome dell’unità - stigmatizza i “tradizionalisti divisivi”, dall’altra spacca ancor più la Chiesa con l’anti-Motu Proprio, cassando il Pontificato del Predecessore a colpi d’accetta e demolendo col martello pneumatico Summorum Pontificum, che - pur coi suoi limiti - era un simbolo del Pontificato benedettiano e uno degli atti più eminenti (cfr. Istruzione “Universae Ecclesiae”) del suo Magistero. Ma cosa è stato promesso all’ultimo Conclave? Quante cambiali ci sono da pagare? Quando afferma “non faccio quello che voglio, ma quello che abbiamo deciso insieme”, ragion per cui è stato eletto, a cosa si riferisce? Ma si è accordato su questo punto con tutti quelli che poi lo hanno votato o solo coi sostenitori della prima ora, ovvero il filone di ispirazione progressista gesuitico-martiniana ? 

E poi cosa c’entrava quell’accusa ai Cardinali che si sarebbero riuniti per preparare un futuro Conclave durante la sua malattia? Non era stato forse lui a parlare nel 2014 di una sua presenza breve, quattro o cinque anni ? I Cardinali in questione avranno solo fatto i conti, 2013 più cinque fa 2018 e siamo nel 2021. E poi la storia del “Papato a termine” non è forse già stata quasi imposta, sebbene in diversi termini, a Benedetto XVI ? Era uno dei grandi cavalli di battaglia del Card. Martini e della Mafia di San Gallo,  il Papato svilito, ed anche Bergoglio parlò lungamente di dimissioni a tempo debito, non sarà forse che più che “alcuni Cardinali mi volevano morto”, il problema sia che “se si va al Conclave adesso il Card. Tagle (o Zuppi) non vince, quindi è meglio ritardarlo”, come ci è stato autorevolmente riferito ?    

E poi quella fretta nel promulgare Traditionis custodes, appena uscito dall’ospedale…non gli hanno dato  nemmeno il tempo fare un po’ di convalescenza…quel far entrare immediatamente in vigore la norma, suona tanto come se bisognasse assicurarsi tutto prima che succedesse qualcosa. Un gesto prima del Conclave che desse una chiara caratterizzazione progressista, anti-benedettiana, che vincolasse il successore e che facesse un effetto, su quei tanti Cardinali provenienti “dalla fine del mondo”, magari un po’ più sprovveduti di manovre “vaticane”, di vittoria schiacciante e assoluta del fronte dell’estrema sinistra ecclesiale. 

In conclusione, se questi eventi - e Dio si rivela con gli eventi - non riescono a far mettere in discussione la strada intrapresa, cos’altro ci vorrà ? Non disprezziamo queste sollecitazioni della Provvidenza, fossimo noi Cardinali, con un’immensa responsabilità, fossimo noi sacerdoti, trattati peggio degli eretici per la sola celebrazione tradizionale, fossimo noi dei semplici battezzati. 


 La Redazione di “Disputationes Theologicae 

6 giugno 2021

Il nostro addio all’abbé Paul Aulagnier

Camerino, Corpus Domini 2021

                                  



Sul sagrato della chiesa di San Jean de la Chaine mentre usciva il feretro dell’abbé Paul Aulagnier un giovane sacerdote ci ha chiesto come mai fossimo presenti a quel funerale, alludendo ad un dissapore che fece sì che le nostre strade si separassero. Per rendere omaggio a un grande combattente, gli abbiamo risposto, perché davanti alla morte bisogna saper abbassare le spade, specie se per tanto tempo si è combattuto insieme contro il progressismo dilagante nella Chiesa. E, sapendo che era morente, siamo contenti d’aver potuto mandargli un confratello per dirgli che volevamo che la morte ci vedesse riconciliati. Tutte le morti fanno riflettere alla brevità della vita, ma questa ci ha confermato specialmente la necessità di non abbassare la guardia in questa guerra senza quartiere per la fede e, propter fidem, per la Santa Messa nel rito della Tradizione. Quel Giudice che, osiamo sperare, ci perdona se nell’ardore della battaglia non tutti i colpi furono calibrati a perfezione - e chi può dire d’esserne stato capace, “pecore senza Pastore” quali in parte siamo - è più severo se, pur avendone evidenza, non abbiamo difeso la Sua regalità davanti agli uomini. L’ora viene in fretta, almeno poter dire che quel “bonum certamen”, seppur coi tanti nostri limiti, abbiamo cercato di combatterlo. Questa l’aria che si respirava, queste le riflessioni, non solo nostre, nel giorno del suo funerale.

Alla notizia della sua morte già ci parve che l’abbé Aulagnier, che ora vede tutto sub specie aeternitatis, ci fosse ancor più vicino, come lo fu in tante battaglie, alcune delle quali per lungo tratto combattemmo insieme contro chi voleva agissimo contro la nostra coscienza cattolica. Apprezzava molto Disputationes l’abbé Aulagnier e conserviamo gelosamente le sue lettere d’elogio ai resistenti del Buon Pastore della prima ora. “Foncez” [andare avanti, non indietreggiare] diceva, anche perché non è mai stato uno che si tirasse indietro, benché fine politico. Un po’ troppo talvolta, forse per compensare qualche sua focosità dannosa: massimamente quella della famosa riunione del 31 maggio del 1988 in cui egli fu determinante nel far fallire l’accordo Roma-Ecône. Un giorno ci disse che mons. Lefebvre parlava della necessità di un genere di rivista come la nostra, che alternasse attualità ecclesiale a disamine approfondite e talvolta anche impegnative. Addirittura pensò che quella famosa lettera dei seminaristi dell’IBP fosse stata opera della nostra Redazione, tanto l’aveva apprezzata, riletta, diffusa in quel momento tragico, mentre noi ne fummo al massimo ispiratori di fatto, ma in nessun modo autori. Non ci credette mai e continuava a complimentarsi con noi, ma sbagliava, l’autore fu un allievo suo e nostro, ma non il Direttore. Val la pena rileggerla comunque perché rispondeva alla lotta che infuriava all’epoca e che lui sposò convintamente (Lettera dei seminaristi dell’IBP), anche se poi fece una scelta di tranquillità, che in lui almeno aveva la scusante dell’età e della stanchezza accumulata.

Non ci stancammo mai di ripetere - e qualcuno lo ha anche ripreso ultimamente - che il gesto in cui riluce l’aspetto a noi più caro dell’abbé Aulagnier e rivelatore del suo animus fu durante gli anni Duemila, quando, dopo l’accordo canonico prodottosi nel caso dell’Amministrazione Apostolica San Giovanni Maria Vianney di Campos (un buon accordo in sé, disgraziatamente rovinato dal notorio carrierismo di qualcuno), ebbe il coraggio di gridare forte in seno alla FSSPX che era giunto il momento d’un accordo canonico. Da realizzarsi in una duplice prospettiva: servire la Chiesa, il cui rapporto col mondo tradizionale ha ricadute a livello generale e preservare il mondo tradizionale dal pericolo di radicamento d’una mentalità tendente allo scisma. Per quei seminaristi di spirito romano di Flavigny ed Ecône significò molto: era l’amico di Mons. Lefebvre che parlava, e la sua voce era più difficile da liquidare. Subì condizionamenti con i soliti metodi - ciò che gli valse un significativo aggravamento di salute - gli fu ingiunto il silenzio, fu minacciato delle più severe sanzioni, ma scelse di non tacere (il che sarebbe stato schizofrenico stante l’importanza della “denuncia dell’errore” propugnata dalla FSSPX nei confronti perfino del Vicario di Cristo). Avrebbe potuto essere in favore dell’accordo canonico purché non dichiarasse nulla pubblicamente. Scelse, con grande coerenza, che rimanere in silenzio sarebbe stato iniquo. Il dovere di parlare, e talvolta pubblicamente, per il bene della Chiesa non può essere limitato a taluni pericoli, ma se gli errori gravi talvolta sono anche in casa “tradizionalista” e se la verità vale più del tornaconto, bisogna accettare questo ruolo ingrato. E l’abbé Aulagnier lo fece, denunciando quella che stava diventando una deriva scismaticheggiante. Fu deposto da Assistente Generale della FSSPX, in pratica “accompagnato alla porta”. E non “se ne allontanò con nostro grande dispiacere”, come recita il Comunicato ufficiale della FSSPX del 6 maggio 2021 (Fraternità in cui, a causa dell’ostinata ambiguità di Mons. Fellay, si è ingenerata una reazione di rigetto all’accordo e che ora è guidata da un Capo che preferì andare a Singapore per non sottostare a un Superiore “accordista”. L’abbé Aulagnier non doveva avere tutti i torti…). Davvero non si teme la menzogna più spudorata pronunciata contro chi non c’è più. No, fu cacciato - e in malo modo - si riconosca il torto, o almeno si taccia, ma si evitino contraffazioni della realtà ad usum delfini. Qui habet aures audiendi audiat. Se queste poche righe potranno contribuire a ristabilire la giustizia su chi non può più difendersi sulla terra, non saranno state scritte in vano.

Certo tutti sanno che nel 1988, come accennavamo sopra, fu “l’uomo delle Consacrazioni”, la cui assoluta necessità affermò sempre perentoriamente e senza voler sentire ragioni ponderate quantomeno di riflessione aperta; su questo punto era sempre passionale. Ma era anche l’uomo che, quando in coscienza riconobbe l’accordo possibile e doveroso, ebbe il coraggio di dirlo, pagando con la solitudine, l’oblio e la calunnia una posizione che non era stata di comodo. Onore al merito, “cher Abbé”, per riprendere quella sua usitata espressione. Ce ne siamo dette di tutti i colori, in certi frangenti, ma pur sempre con un reciproco riconoscimento da soldati di uno stesso esercito.

E coraggioso lo fu anche quando - e la Fraternità San Pietro gli dovrebbe eterna gratitudine - rivelò molto di quel piano assai poco onorevole per cui dei firmatari chiedevano alla Curia Romana di poter celebrare anche secondo il rito riformato, con ciò gettando lo scompiglio nella FSSP. Senza l’abbé Aulagnier, che contribuì a rendere pubblici quei documenti, forse oggi la FSSP non si sarebbe ripresa sotto nessun profilo (evidentemente non parliamo dell’aspetto relativo alla battaglia dottrinale che ancore langue, pur essendo questo l’aspetto più importante, ma dell’attuale condotta liturgica). Se non ci fosse stato quel coraggioso sacerdote che sapendo di esporsi a denunce e risarcimenti con la diffusione di quei documenti, la verità non sarebbe emersa con la necessaria chiarezza. Ci pensino, anche coloro che…con una condotta più servile che non genuinamente filiale verso l’Autorità, gli inviarono quei documenti…perché circolassero. E quando gli chiedevamo, sapendo che era dell’Alvernia, quindi notoriamente non certo uno spendaccione, se quelle multe per diffusione di documenti interni non gli fossero costate troppo care, intuendo la nostra provocazione ci rispondeva “mai soldi furono meglio spesi!”. E aveva ragione da vendere perché quella corrispondenza non era cosa privata, ma riguardava il bene pubblico della Chiesa e bene fece a pubblicarli.

E poi un’ultima parola sul suo amore alla Messa, la sua lotta di una vita in difesa della “Santa Messa di sempre” come la chiamava lui, difesa senza quartiere che talvolta gli lasciava sfuggire anche qualche frase inappropriata e una foga che ci permettemmo di rimproverargli, ma l’abbé Aulagnier su alcuni punti era un po’ rimasto al clima immediatamente successivo al 1988 (se non immediatamente successivo al 1976).

Noi lo ricordiamo così ed era giusto che la nostra Rivista gli rendesse omaggio, e non con quell’asettica impersonalità dei ricordini funebri. Siamo fiduciosi che dall’eternità, da dove vede tutto con maggior chiarezza, l’abbé Aulagnier ci sta già aiutando, l’abbiamo anche sperimentato.

  Don Stefano Carusi - Abbé Louis-Numa Julien


19 aprile 2021

L’intrinseca malizia della Comunione sacrilega

Certa nuova “prassi” alla luce di San Tommaso d’Aquino

19 - IV - 2021

  

In questi tempi così bui…un Cardinale che onora la Sua Porpora


Abbiamo già invocato in passato i pericoli di una nuova “prassi sacramentale” (Missionari della Misericordia o della profanazione della Confessione?), con cui si diffonde nella pratica l’accesso oggettivamente sacrilego alla Comunione e che quantomeno asserisce di rifarsi alla diffusione di documenti ambigui quali Amoris Laetitia o alle linee, provenienti da alto loco, di formalizzazione dell’intercomunione coi Protestanti (cfr. Intercomunione, le false ragioni dottrinali di Kasper). Avevamo anche ricordato come, nel pensiero marxista che oggi fa scuola, i più inconfessabili programmi rivoluzionari si applichino non tanto con documenti di speculazione ordinata, supportando scientificamente la supposta validità delle novità e accettando il rischio di reazioni contrarie, ma con l’azione fattuale e concreta, con la “dottrina della prassi” appunto. Documenti troppo articolati ed espliciti infatti, non potendo resistere ad un esame serrato perché privi di solida ossatura filosofica e teologica e soprattutto di radicato fondamento nella Divina Rivelazione, si rivelerebbero controproducenti per la causa dei sovversivi. Non per questo il piano del capovolgimento è meno articolato, solo non lo si confessa e ci si limita ad applicarlo sottotraccia, lasciando poi che la dottrina cambi impercettibilmente in tutti quegli ambiti che alla nuova prassi ereticale sono connessi. A forza di non agire come si pensa, si finisce per pensare come si agisce. I marxisti - e il catto-marxismo che ne è un succube derivato - lo sanno bene.

In merito alla Comunione sacrilega di fatto ormai imperversante e in parte anche teorizzata - sebbene evitando con cura la troppo allarmante nozione di “sacrilegio” e parlando piuttosto di “apertura” (guarda caso sempre “a sinistra” e, salvo “situazioni fantoccio”, mai “a destra”) - è bene ricordare l’ampia illustrazione che ne dà San Tommaso d’Aquino, cercando di coglierne tutti i risvolti distruttivi connessi alla oggettiva malizia di tale sacrilegio, sovvertitore anche del disegno di Cristo sulla Sua Chiesa. E’ evidente che non ci stiamo riferendo alla debolezza di chi per rispetto umano si accosta alla Comunione in peccato mortale, perché mal formato o perché più attento al giudizio degli uomini che a quello di Dio - la qual cosa resta di certo grave e dalla quale è imperativo emendarsi, ma che può talvolta essere attribuita più a umana irrisolutezza che a meditata malizia - ma ci riferiamo alla velata “teorizzazione” (vale a dire : ufficializzazione) da parte di taluni ecclesiastici anche rivestiti di autorità, della “prassi” della Comunione sacrilega.

 

Fino a che punto viene falsato il segno dell’Eucarestia

Quando San Tommaso analizza in cosa consista la gravità della Comunione sacrilega non solo si riferisce al grave danno che subisce l’anima del peccatore e alla condanna che si decreta a se stessi, riportando il noto passaggio della Prima Epistola ai Corinti, “chi mangia e beve indegnamente, mangia e beve la propria condanna” (11, 29), ma vuole approfondire con ampiezza tutto quel che indica e comporta peccare “sacramentalmente”.