Il teologo “non
accademico” ricordato nei suoi articoli
13 maggio, San
Roberto Bellarmino e
anniversario delle apparizioni di Fatima

Mons. Livi ci ha lasciato da
ormai circa un mese, chi lo ha conosciuto da vicino sa - come un suo amico ha
ricordato di recente - che non avrebbe amato panegirici in suo onore, anche
temendo che le parole fossero dettate più dalla circostanza che dal cuore. Era
così il Decano di Filosofia dell’Università del Laterano, cui Mons. Gherardini
il 14 gennaio 2016 lasciò per iscritto la direzione di Divinitas, eravamo presenti, perché continuasse nello spirito di Mons.
Piolanti. Un uomo dal carattere non sempre facile e a tratti schivo, non si
fidava mai troppo di chi lo incensava; alcune dure prove della sua vita
sacerdotale gli avevano insegnato una pronunciata ritrosia verso gli adulatori,
specie se ammantati di parole apparentemente “caritatevoli”. Gli obbediremo
quindi, e lo ricorderemo solo con i suoi scritti, come avrebbe voluto: “andate a vedere quel che ho scritto e
firmato”. Ed è vero, se lo si vuol conoscere ed apprezzare, ma soprattutto
se si vuol capire come vada letta questa crisi straordinaria del pensiero e del
pensiero cattolico, si leggano anche i suoi scritti. Riporteremo quindi in
calce tutti gli articoli che hanno segnato la sua collaborazione con Disputationes Theologicae dal 2012, fino
al dilagare del pensiero di Walter Kasper nella Chiesa che gli faceva orrore.
Dio sa quanto giustamente.
Un solo strappo ci
concediamo a quanto prefissatoci, anche perché, senza nascondere che non sempre
ci siamo trovati d’accordo, nella fattispecie ci riteniamo abbastanza immuni
dai citati rischi: un elogio della sua ripugnanza verso la “mediocrità
accademica”, specie in questi ultimi anni di vita in cui volle dare un orientamento
più determinato a certe scelte. Si badi bene, non stiamo parlando delle scarse
capacità intellettuali del tale teologo o filosofo, anzi, non ricordiamo su tale
punto una particolare asprezza da parte sua nemmeno davanti a certe nullità
salite in cattedra. Ma parliamo di quella che è vera mediocrità, specie
nell’uomo di Chiesa che dovrebbe insegnare, perché è vera tiepidezza. “Si doctus es doce nos” avrebbe detto San
Bernardo. Chi più sa, chi più ha capito - specialmente in merito a questa peste
che infetta e fiacca oggi la Chiesa - più deve parlare. Anzi deve gridare dai
tetti, certo secondo l’opportunità dei casi e le capacità del singolo, ma c’è un
dovere di testimonianza di cui ci sarà chiesto conto. Per quel che ricordiamo
questo Mons. Livi l’ha fatto, pagandone lo scotto, specie negli ultimi anni in
cui il suo grido s’era fatto più deciso e ruggente che in passato, anche
vedendo quel che la tiepidezza dei “cani
muti” di Isaia aveva prodotto. Andava a tenere conferenze laddove c’erano “quattro gatti”, come diceva lui, nel tal
paese sperduto, organizzate magari da quell’associazione che non era per forza
di cose nelle grazie di certi potentati curiali, e - davanti a quel pubblico
spesso poco avvezzo ai distinguo tomisti
- adattava i suoi interventi. E ciò perché quel popolo, forse ignaro di distinzioni
filosofiche, ma desideroso di restare fedele alla Chiesa, potesse essere messo in
guardia dai pericoli di certe suadenti dottrine, intrise di quell’eresia che è strada
maestra verso il fuoco eterno. A questo pensava, specie ultimamente, all’essenziale.
Lui, l’accademico vero. Mentre sarebbe stato gioco facile nascondersi dietro la
più dotta e forbita distinzione teologica o di scuola - di cui sarebbe stato
capace e che magari molti dei suoi avversari non avrebbero nemmeno capito… - e
così immergersi in certo equilibrismo d’accademia, che in fondo vuole evitare
di scegliere tra Cristo e Beliar, lì lui attaccava i nemici della Dottrina con
una foga anche verbalmente impetuosa. E li chiamava per nome, cognome e titolo
accademico o gerarchico, per metter in guardia i più deboli.
Questa è “grandezza
accademica” e questo ci premeva ricordare, prima di lasciar la parola ai suoi
scritti. Da quaggiù noi preghiamo per l’anima di Mons. Livi e che lui interceda
anche per tutti quegli studiosi cattolici di buona dottrina, e ce ne sono anche
se talvolta nascosti, perché sappiano portare onus et honor dell’essere vero accademico
cattolico in questi tempi d’imperante apostasia.
Don Stefano
Carusi
Gli scritti che Mons. Antonio Livi ha pubblicato nella
nostra rivista:
Sulla
Comunione ai Protestanti:
“Amoris
Laetitia”. Mons. Livi parla ai penitenti e ai confessori:
Sull’eresia
delle teorie eucaristiche di Kasper:
Sulle
eresie ecclesiologiche di Küng:
Per il
rilancio della filosofia perenne:
Sull’incompatibilità
tra teologia cattolica e filosofia hegeliana: